• Guerra di virus per calmierare la sovrappopolazione. A chi giova?

    Le grandi guerre della storia hanno svolto sempre un ruolo ben preciso: controllare la politica demografica. Senza scomodare Carl von Clausewitz, secondo il quale “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, il coronavirus è il nuovo strumento della politica per combattere una guerra senza dichiararla.
    Ho un dubbio sulla “certezza”, scientemente diffusa, secondo la quale il coronavirus sarebbe sfuggito agli studiosi di un laboratorio cinese: alla possibilità di un “errore” ho cessato di credere quasi istantaneamente. Tuttavia, prima di esprimere una mia opinione, ho voluto documentarmi e l’aspetto immediato di questa vicenda è che a Wuhan opera un centro di ricerche strategico, in cui i protocolli attivati e l’elevata professionalità degli scienziati non avrebbero permesso una caduta di attenzione, tale da favorire un incidente catastrofico. Come si può immaginare, i livelli di sicurezza in laboratori strategici sono talmente elevati da ridurre al lumicino la possibilità di un errore, ma ammettiamo che sarebbe potuto accadere.
    Allo stesso modo bisognerebbe ammettere che, sfidando i controlli di sicurezza cinesi e riducendo al fatidico lumicino la percentuale di riuscita, sarebbe potuto essere altresì possibile introdurre un virus dall’esterno e liberarlo furtivamente nel terribile (per chi lo ha visto su youtube) e sorprendente mercato (per usare un eufemismo) in prossimità dei laboratori, di cui si era parlato all’inizio della pandemia.
    Se fosse una storia fra servizi segreti e di intelligence, entrambi le possibilità (errore e volontà), sebbene vicine allo zero, avrebbero potuto essere attivate. Non a caso i cinesi non sono l’unica potenza a essersi dedicati allo studio dei virus come arma di guerra, perché di questo si tratta. Neppure è lecito ipotizzare che, in questo caso, si sia trattato di una reale azione di guerra: ma andiamo per gradi.
    Il secondo aspetto della vicenda mi obbliga a fare una premessa. Ho rispolverato due miei antichi saggi: la tesi di laurea sperimentale dedicata alla polemologia, svolta con gli strumenti dell’Università di Louvain-la-neuve, Belgio, in cui il secondo capitolo della documentazione teorica ha per titolo “Guerra e teoria della sovrappopolazione”, nonché il testo di una mia successiva conferenza all’Università Eötvös Loránd di Budapest, Ungheria. In entrambi le occasioni ebbi modo di spiegare, anche attraverso il supporto concettuale di Gaston Bouthoul, Raimond Aron e Otto Klineberg, che la sovrappopolazione è una delle cause scatenanti attraverso le quali le scuole sociologiche hanno cercato la spiegazione dei confitti fra popoli. La sovrappopolazione, tuttavia, non è sufficiente sic et simpliciter a lasciar maturare il ricorso alle armi, senza essere correlata ad altri fattori. Se si va alla ricerca di conferma sulla congiuntura nel momento in cui sono cominciate guerre particolarmente accanite e virulenti, si nota una caratteristica comune: gran parte di esse sono scoppiate in abbondanza di risorse e tecnica avanzate e dopo un periodo di espansione demografica. Gli esempi sono numerosi, a partire da Tucidite il quale spiega che la guerra del Peloponneso scoppiò in un’epoca in cui la Grecia era nettamente sovrappopolata. Anche le crociate ebbero luogo quando una lunga pace dovuta all’influenza della Chiesa e le invenzioni del collare da tiro che decuplicava la forza degli animali, resero disponibile un’enorme quantità di mano d’opera. Dal 1792 al 1815 la Francia fu così temibile perché era all’avanguardia sia nelle risorse che nella tecnica di quei tempi. La stessa osservazione si può fare a proposito della Germania dal 1914 al 1940 quando era assai più ricca di armi immediatamente disponibili.
    Gli insegnamenti sicuri da trarre attraverso lo studio oggettivo degli effetti demografici della guerra sono la diminuzione delle nascite e l’aumento della mortalità. Ma in tutte le guerre le perdite dirette consistono essenzialmente nella morte dei giovani, che risultano esposti ai pericoli più immediati. D’altra parte, una moderna guerra combattuta con armi nucleari sarebbe ugualmente inopportuna, perché non sarebbe in grado di svolgere alcuna opera selettiva fra giovani e vecchi.
    Al contrario, un coronavirus opportunamente studiato avrebbe la possibilità di svolgere una funzione di “rilassamento demografico”, favorendo i giovani a discapito dei vecchi. Ecco perché una guerra combattuta in forme e modalità tradizioni sarebbe inutile; ecco perché le potenze in grado di incidere sull’equilibrio mondiale si sono dedicate allo studio dei virus come letale arma di guerra. Essa, tuttavia, non ha raggiunto livelli di precisione affidabili perché non è in grado di discriminare i contendenti; la dimostrazione è nel virus liberato a Wuhan che si è esteso in tutto il mondo senza alcun controllo.
    Piuttosto, la “guerra non dichiarata” a Wuhan può essere considerata l’errore di un’azione sperimentale, sfuggita dal controllo; ma di chi?
    Il dilemma sta ora nella necessità di conoscere quale delle “organizzazioni”, fra gli esperti del coronavirus, abbia avuto un precipuo interesse a svolgere l’esperimento incontrollato, rilasciando – nientemeno che in territorio cinese – il virus del coid 19.
    Non ho la presunzione di aver elaborato il migliore dei ragionamenti, ma ho il dubbio socratico che una regia politica passi sopra le nostre teste.
    Un elemento attraverso cui iniziare l’inchiesta sarebbe nella delibera del Consiglio dei Ministri in data 31 gennaio 2020, pubblicata in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, a firma del Presidente del Consiglio dei ministri Conte, rimasta opportunamente sotto traccia, in cui si dichiarava “per 6 mesi dalla data del presente provvedimento, lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”. La stessa delibera veniva introdotta dalla “dichiarazione di emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus (PHEIC) dell’Organizzazione mondiale della sanità”; dalle “raccomandazioni alla comunità internazionale della Organizzazione mondiale della sanità circa la necessità di applicare misure adeguate”; dalla considerazione sulla “diffusa crisi internazionale determinata dalla insorgenza di rischi per la pubblica e privata incolumità connessi ad agenti virali trasmissibili, che stanno interessando anche l’Italia”.
    Nonostante il documento dichiarasse la “necessità di realizzare una compiuta azione di previsione e prevenzione”, nonché “l’assunzione immediata di iniziative di carattere straordinari ed urgente, per fronteggiare adeguatamente possibili situazioni di pregiudizio per la collettività presente sul territorio nazionale”, e la necessità di potenziare le “strutture sanitarie e di controllo alle frontiere aeree e terrestri”, il governo italiano è rimasto immobile anche di fronte alle richieste dei presidenti delle regioni italiane del nord che ben tre settimane prima imploravano il controllo di chi arrivasse dalla Cina. Un grave errore (?) che meriterebbe circostanziata replica.
    Se così fosse, il coronavirus diventerebbe storia tutta segreta, da decifrare come risposta all’esplosione demografica per la quale entro il 2050 è previsto il raddoppio della popolazione; per la quale – come affermarono Pierre Joseph Proudhon e René Quinton in tempi non sospetti – una guerra combattuta con nuovi mezzi serva a “perpetuare la specie attraverso la morte degli individui”. Individui selezionati con un virus in grado di operare sulla specie…

    Rocco Turi

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