• Il Coronavirus sancisce il fallimento dell’Unione Europea nell’anniversario del Trattato di Roma

    Il 25 marzo la vecchia Comunità Economica Europea, poi diventata Unione Europea, compie 63 anni. Il Trattato di Roma 1957 fu il primo “grande passo” che, nelle intenzioni della classe politica, avrebbe messo definitivamente alle spalle la catastrofe della Seconda guerra mondiale. Anche quest’anno sarebbero stati grandi festeggiamenti e il popolo-bue avrebbe applaudito al riparo dei suoi “paraocchi”. Dal 1957 in poi fu tutta un’azione culturale mirata, soprattutto nelle università, affinché, nella percezione dei cittadini e come una reazione a catena, la stabilità indipendente delle singole nazioni si trasformasse in paura. Una “vera occasione di stabilità” veniva attribuita alla crescita di organismi sovranazionali quali la CEE, poi Unione Europea e il Parlamento Europeo, attraverso i quali tutti i Paesi avrebbero trasformato la loro falsa “vulnerabilità” in forza unica, con capacità militare e un maggiore peso nei rapporti internazionali e influenza nella politica estera. Nulla di tutto ciò è mai stato realizzato, tranne rafforzare l’economia di alcuni Paesi e depotenziare l’autorevolezza di altri Stati nazionali, fra i quali l’Italia. E’ ipocrita affermare che se non fosse stato a causa dell’appartenenza all’Unione Europea, esibendo statistiche economiche come pezze d’appoggio, l’Italia non sarebbe cresciuta. L’Italia era un grande Paese in ricostruzione, ma certa classe politica, priva di capacità e orgoglio nazionale, aveva accettato di compiere ogni passo nel cedere una sovranità economica ambigua per conservare il potere temporale che ancora oggi si ripete inesorabilmente.
    La catastrofe europea rovesciatasi sull’Italia è davanti agli occhi di tutti, ma ancora una volta la classe politica impassibile si dichiara “convinta europeista”; qualsiasi problema viene demandato alla volontà dell’Unione Europea e ognuno, suo tramite, è consapevole di mantenere il proprio tranquillo posto al sole.
    La guerra del coronavirus ha portato alla ribalta l’ipocrisia europea e il perbenismo della nostra classe politica la quale, dulcis in fundo, continua a credere nella solidarietà e nello spirito dell’Unione Europea.
    Tralasciando “l’amore” per l’Italia da parte della francese Christine Lagarde e tutte le beffe anti italiane messe in atto in giro per l’Europa in questi giorni di crisi, è di ieri l’ultima notizia che un carico di mascherine provenienti dalla Cina e diretto in Italia, con tanto di bandierine e saluti agli italiani, in transito chissà perché nella Repubblica Ceca, sia stato intercettato e già distribuito negli ospedali locali, con il silenzio e nessuna pretesa da parte della nostra classe politica. Ma è ancora più eclatante che sei cargo – col silenzio del governo italiano – siano partiti dalla Puglia per trasportare nel piccolo Lussemburgo un ospedale da campo della Nato, da tempo custodito nel Southern Operational Center di Taranto, per far fronte a situazioni impreviste. Notizia appresa non certo dagli onesti giornali italiani, ma da organi di stampa lussemburghesi laddove è il comando della Nato Support and Procurement Agency che aveva donato l’ospedale da campo all’Italia e che ora ha riportato a casa. Bella solidarietà di cui la nostra classe politica si compiace di pronunciare con tale ridondanza. Insomma, trattati a malo modo da chiunque sia al nostro cospetto…
    Per fortuna, il Grande Paese che fu è rimasto nella memoria degli altri, verso cui l’Italia era sempre stata solidale; nella memoria di altri popoli con i quali il nostro Paese aveva sempre avuto ottime e proficue relazioni. Ne ho prova attraverso i fascicoli diplomatici del Ministero degli Esteri, riportati in Italia dalle nostre ambasciate in tutto il mondo. Ecco allora che l’aiuto che l’Italia avrebbe dovuto ricevere dall’Europa, oggi arriva da Cuba, che ha inviato medici, accompagnati all’aeroporto dal popolo cubano con i saluti per il nostro Paese, e addirittura dall’Egitto; dalla Russia di Putin e dai “comunisti” della Cina, di cui ho un affettuoso ricordo personale per l’ospitalità dei suoi cittadini. Tutto questo, mentre i “cugini” francesi continuano a riportare di notte in Italia, ancora oggi, nonostante il coronavirus, profughi e bambini con documenti contraffatti nel nome e nell’età. A che pro, restare uniti? So bene che, come all’epoca scrivevo a pagina 141 della mia tesi di laurea, “i costi di una uscita dalla CEE sarebbero assai elevati”; ma so altrettanto bene che, semmai si uscirà da questa pandemia incontrollabile, il popolo-bue educato all’appartenenza rimarrà un Peter Pan che avrà paura e non avrà il coraggio di slegare i nodi con l’Unione Europea. Tuttavia, per chi è libero e liberamente esercita la propria ragione, il 25 marzo – 63 anni dopo la firma del Trattato di Roma – non potrà che rappresentare il canto del cigno di un’epoca e la data di una radicale e desiderabile palingenesi italiana.

    Rocco Turi

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