La caduta del Muro ha determinato la fine delle contrapposte ideologie che hanno dilaniato l’Europa nel secolo scorso, lasciando però il campo libero al riproporsi degli istinti primari che accomunano ormai destra e sinistra, impedendo il confronto dialettico indispensabile ad ogni sistema democratico.
Non è però del declino dell’Occidente profetizzato da Spengler oltre un secolo fa che dobbiamo oggi preoccuparci. Semmai della scomparsa di leader carismatici del calibro di Roosevelt, Churchill, De Gaulle, Schuman, Adenauer, De Gasperi, in grado di indicare la strada da percorrere ad opinioni pubbliche rattrappite, disorientate. Mentre le istituzioni internazionali istituite sulle ceneri del secondo conflitto mondiale vengono denigrate proprio da coloro che sono chiamati ad utilizzarle.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite si è ancora una volta ridotta all’esibizione degli umori dei vari spezzoni di un mondo in balìa di avvenimenti sfuggiti al controllo dei loro stessi artefici.
Illusorio è attenderci che l’organismo universale possa porvi rimedio, sia perché è bloccato dalla prolungata paralisi del Consiglio di Sicurezza, sia perché il suo scopo non è di governare, bensì di contribuire a gestire i rapporti internazionali. Del ‘Parlamento dell’Umanità’, il Segretario Generale Dag Hammarskjold diceva che il suo compito ‘non è di portarci in Paradiso, ma di salvarci dall’Inferno’.
L’ONU può comunque continuare a svolgere un ruolo assistenziale e di gestione, seppur non di risoluzione, delle crisi. E presentarsi come il coro nelle tragedie greche, tela di fondo del dramma recitato dagli attori al proscenio. Riproponendosi quale fase primitiva dell’ordinamento internazionale, agorà mondiale destinata a stimolare la coscienza dell’umanità.
Illusoria, immotivata, rimane una riforma del Consiglio di Sicurezza composto non, come si dice, dai vincitori del secondo conflitto mondiale bensì, secondo le intenzioni di Roosevelt a Yalta, costruito per corresponsabilizzare persino la Francia sconfitta in Europa e una Cina da sempre assente sulla scena internazionale in una cabina di regia, non un superiore governo, per la ricomposizione degli assetti europeo e mondiale.Un incarico rimasto inevaso, ma quanto mai attuale.
Lo Stato dell’Unione presentato al Parlamento europeo dalla Presidente della Commissione si è rivelato anch’esso poco illuminante. Né poteva essere altrimenti, nel momento di transizione (elettorale) attraversato da tutti i principali Stati membri, ai quali compete l’impulso politico all’impresa comune. L’amministratore delegato non può che dipendere dalla volontà degli azionisti.
Come in tutti i momenti di generale afflizione, è al kantiano ‘cielo stellato’ che sempre ci si rivolge. L’accoglienza ‘oceanica’ riservata al Pontefice nel suo prolungato soggiorno in una Francia che si dichiara laica, ‘républicaine’, ha rivelato il legame che continua ad unire l’Occidente. Se ne dovrebbe trarre la conferma della perdurante validità delle sue ragioni e delle relative intenzioni sulla scena globale.
Indicativo della residua influenza delle ‘divisioni del Papa’ è d’altronde che il Cardinale Zuppi sia stato ricevuto a Mosca dal Ministro degli esteri Lavrov, non degnatosi di incontrare precedentemente il suo ‘collega’ vaticano Gallagher.
L’inconcludente visita di Xi a Washington, per quanto teatrale, ha dimostrato che la Cina rimane alla finestra. Mentre l’isolamento di Israele non è di buon auspicio per la sistemazione del ‘grande medioriente’.
La situazione interna delle maggiori democrazie europee è appesa al filo elettorale, impedendo all’Unione di proporsi al proscenio.
Costringendo in particolare l’Italia a limitarsi a guardare.