Sconsolante è il dibattito parlamentare sulle spese per la difesa.
Bismarck diceva che la politica estera è il banco di prova di un Governo; più che mai, dovremmo dire, nel mondo interconnesso in cui ci troviamo.
Da Cavour a De Gasperi, è negli interstizi della politica altrui che l’Italia è nata e, dopo il Ventennio, rinata.
Inconcepibile è che la nazione subito inclusa nell’Alleanza atlantica e fondatrice della Comunità europea (i Trattati originari sono ‘di Roma’) rinneghi le direttrici del proprio passato.
Insostenibile è che il Governo si astragga dalla politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, esitando sull’utilizzo dei fondi comuni messi a disposizione a tal fine, oltre a dissociarsi sdegnosamente dall’iniziativa dei ‘volenterosi’ che dovrebbe rappresentarne la trazione primaria.
Incomprensibile, se non per infimi motivi elettorali o, peggio, per un persistente stordimento dalle sirene di Mosca, è che trasversalmente, tanto al governo quanto all’opposizione, vi sia chi si oppone alle spese per la difesa europea e, di risulta, nazionale.
Sorprendente è la mancata consapevolezza che la sicurezza è la ragion d’essere di uno Stato assieme, non in alternativa, ad altre funzioni pubbliche quali l’assistenza sociale, la sanità e l’istruzione.
Esse est percipi, si è quel che si appare. Roberto Ducci, il diplomatico che maggiormente si è speso per assicurare il contributo italiano all’integrazione europea, diceva che:
“abbiamo presentato questo paese come più grande di quello che effettivamente era; gli abbiamo assicurato all’estero un rispetto superiore a quello che si meritava per l’insieme delle sue strutture e della sua politica; sostenuto l’Italia come un titolo in borsa quotato un poco più del suo effettivo valore”.
Aggiungeva che “un’Italia che non abbia una proiezione esterna è un’Italia che -lo sappiamo dai libri di Storia- si disperde e si sfalda”.
Lo stiamo constatando ancora una volta!