Il rispetto di noi stessi, almeno

di 13 Luglio 2026

Incominciamo a dire le cose come stanno. Ascoltando, non le insindacabili opinioni di questo o quell’aspirante leader nostrano, ma le alquanto esplicite dichiarazioni dei nostri interlocutori di questi tempi burrascosi.

Che le nostre opinioni pubbliche non hanno apparentemente più voglia di ascoltare. Pretendendo azioni concrete, purchessia, che dissolvano per incanto le nuvole nere che vanno addensandosi all’orizzonte.

“Dobbiamo discutere su chi siamo e cosa dobbiamo essere in Europa… Oggi l’Europa rischia di trovarsi oggettivamente in una situazione simile a quella successiva alla Prima guerra mondiale, cioè senza l’America… l’’America era un fattore d’ordine decisivo… Vedo il pericolo che, senza gli americani, il legame fra europei diventi più debole, cedendo il passo alla rinazionalizzazione… È mancato un grande racconto nazionale e abbiamo parlato solo di economia, infrastrutture, soldi… L’identità nazionale era un tabù… Non vedo il dibattito sulla questione dell’identità nazionale, l’appartenenza, l’importanza dell’ancoraggio europeo”. Dixit Joschka Fisher, in una recente intervista sul Corriere della Sera.

Da oltralpe dobbiamo sentir dire quel che non osiamo dire a noi stessi. A conferma di quanto dobbiamo ormai sostenerci a vicenda, nel ristabilire le identità nazionali nella comune identità europea.

 Alla sfilata del Quattordici luglio sui Campi Elisi, celebrativa della ‘grandeur’ derivante dalla Rivoluzione francese, la nostra Primo Ministro non ci sarà (non è andata al ricevimento americano di Villa Taverna; andrà almeno a quello a Palazzo Farnese?). Il Regno Unito sta chiedendosi se non gli convenga tornare in Europa quale capofila, non più dominatrice, del Commonwealth. Integrandosi in quel E3 che sta prendendo le decisioni cruciali sul futuro dell’Europa.

Nel frattempo dal Cremlino continuano ad arrivare, se non per ora i missili, le bordate antieuropee del Capo di quella diplomazia Lavrov. Che, dimentico del privilegio di Membro Permanente del Consiglio di Sicurezza, afferma (in un’intervista che Politico ha deciso poi di non pubblicare) che “impegnare la Russia in un dialogo è servito da cortina fumogena per l’espansione geopolitica delle istituzioni occidentali… L’obiettivo reale dei leader europei non è di negoziare con la Russia, è di sostenere il regime di Zelenski e di mantenerlo come rampa di lancio per un confronto permanente contro la Russia… Il suo piano è di ‘congelare’ il conflitto senza affrontare le sue cause profonde, per poi dislocare i contingenti militari della coalizione anglo-francese sul suolo ucraino… Un dialogo con l’Europa non può essere considerato come se fosse una terza parte imparziale… P.S. Il solo scopo del passo insistentemente richiesto compiuto dagli Ambasciatori a Mosca di Gran Bretagna, Francia e Germania altro non è stato che un ultimatum”.

Beffardo, l’Ambasciatore russo a Roma Paramonov ci ha messo del suo. Convocato alla Farnesina per rendere conto dell’attività di spionaggio di suoi collaboratori, si è presentato esibendo una fotografia del suo dante causa, corredata dalla scritta “scusatemi, ma parlerò imprecando”. Affermando poi che “l’Italia vuole limitare al massimo l’influenza della Russia in Italia”, che “la Russia può contare su esponenti della statura di Putin e Lavrov, mentre l’Italia non dispone di figure di tale levatura”; e con l’auspicio “che tornino ad emergere anche qui, per restituire all’Italia l’autonomia e il prestigio di un tempo”. (Altro che voler implorare una foto!).

Con tanti saluti pertanto a coloro che denunciano l’assenza di iniziative diplomatiche. Altro che il solo Trump.

Non è invece più il tempo delle ambiguità e tergiversazioni che hanno accompagnato la nostra politica interna, sostegno indispensabile di quella estera. La bonaccia internazionale nella quale abbiamo galleggiato per decenni non esiste più. E’ della nostra identità, indispensabile sigillo del nostro interesse nazionale, presupposto necessario per la nostra visibilità, collocazione ed influenza esterna, che si ora tratta. Non delle pie esortazioni, dalla sinistra di Conte alla destra di Salvini (con l’assist di Vannacci, ex addetto militare a Mosca) che si sbracciano, ad evidenti meri fini preelettorali, ad invocare “diplomazia invece di riarmo’.

Una diplomazia che trova a Mosca la porta sbarrata. Immemori dell’esortazione del Presidente Teddy Roosevelt (agli albori della proiezione dell’America oltremare) sulla convenienza di “parlare a bassa voce, ma disporre di un bastone nodoso”(speak softly but carry a big stick), si direbbe che ormai non sia rimasto che il big stick.

Che deve quindi essere anche europeo. Quanto meno delle comuni dichiarate intenzioni.

Facebook Comments Box

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »