Il Vertice della NATO è riuscito quest’anno ad arginare le speculazioni sullo stato di salute di un’alleanza che ha retto le sorti del mondo in quest’intero dopoguerra.
Ridotto all’essenziale, l’annuale appuntamento ha riservato uno spazio preminente alla questione ucraina, più direttamente attinente allo scopo originario del rapporto euro-americano, piuttosto che all’Iran, verso cui il Presidente americano avrebbe voluto trascinarlo. (Merito del Segretario Generale Rutte, fattosi carico dell’ingrato compito di rabbonire ad ogni costo colui che si definisce spudoratamente ‘the boss’).
Dal rapporto transatlantico dipende lo stesso riassorbimento della situazione globale diventata non, come si dice, caotica quanto piuttosto un ‘multilateralismo anarchico’. Il che richiede una migliore ripartizione non soltanto degli oneri, quanto soprattutto delle responsabilità, politiche oltre che militari, fra le due sponde dell’Atlantico.
Il comunicato finale di Ankara ricolloca utilmente l’alleanza nel suo originario contesto continentale. Riafferma la funzione dell’Art.5 nella difesa collettiva; e registra puntigliosamente l’incremento del contributo finanziario degli alleati. Imprevista è però la denuncia senza mezzi termini della ‘minaccia a lungo termine della Russia alla sicurezza e stabilità euro-atlantica’, riportando al proscenio l’Ucraina, al cui sostegno è dedicato un intero, dettagliato, paragrafo. Con l’affermazione che “l’Ucraina contribuisce alla sicurezza atlantica”.
Come evidente corrispettivo al Presidente americano, il comunicato accenna soltanto alla questione iraniana, collocata nel ‘più ampio contesto di sicurezza’, con le affermazioni di principio che ‘non dovrà mai disporre di un armamento nucleare’ e rispettare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
Un esito che dovrebbe considerarsi confortante, ma che non affronta la questione interalleata di fondo, in un’alleanza che, rimanendo geograficamente e funzionalmente asimmetrica, non potrà più prescindere dall’esigenza di riequilibrare i rapporti interni, alla luce delle mutate condizioni internazionali. Necessariamente mediante un più sistematico il ricorso alla reciproca consultazione prevista dall’art. 4 del Trattato istitutivo, piuttosto che ai presunti automatismi dell’art. 5. Rianimando in altre parole la funzione politica, piuttosto che soltanto quella strettamente militare, del rapporto transatlantico.
Dopo la caduta del Muro, la NATO si era rivelata utile nel mettere a disposizione le proprie capacità anche ‘fuori area’, al difuori del suo originario ambito territoriale, prodigandosi nel sostenere le ‘operazioni di pace’, dai Balcani all’Afghanistan, legittimate se non legalizzate dall’ONU. Fino a quando, dopo aver rifiutato di concorrervi, la Russia di Putin, con la sua aggressione all’Ucraina, l’ha riportata sul continente europeo.
Ma l’Ucraina dovrebbe aver dimostrato che la politica delle cannoniere non ha più corso. L’Europa d’altronde, lo constatiamo, è stata costruita per non far più la guerra. E la NATO non vi si è lasciata coinvolgere, come il Cremlino avrebbe voluto.
Lo stress test al quale rimane sottoposta non è comunque solamente di ordine operativo né economico: la più equa ripartizione degli oneri pretesa da Trump, più che finanziaria, è di ordine politico, trattandosi di una maggiore assunzione di responsabilità europee.
Una questione già sollevata nel lontano 1956 dal ‘Rapporto dei Tre Saggi’ (il canadese Pearson, il norvegese Lange e l’Italiano Martino) sulla cooperazione interalleata non militare; poi nel 1965 dal Kissinger con il suo ‘Troubled partnership’; risollevata infine da Kennedy nel 1976 con la sua evocazione di ‘due pilastri’ transatlantici; implicita infine, dopo la caduta del Muro, nel rivolgersi di Obama dal Mediterraneo al Pacifico.
Costruite ambedue per ricomporre un mondo andato in frantumi, la NATO e l’Unione europea devono ora tornare entrambe corrispondere ad una diversa funzione. Disponendosi non più da blocco a blocco militare, ma da strumento di aggregazione di più estese solidarietà politiche internazionali, verso la ricomposizione dell’ordinamento globale che rinnovati istinti autocratici mettono a repentaglio.
A tal fine, l’America dovrà rendersi conto che è nel suo stesso interesse disporre del contributo dell’Europa (e del Canada) tanto quanto l’Europa, anche se diversamente, ha bisogno dell’America. D’altronde, essendo diventate evidenti le analogie fra le debolezze di ordine costituzionale degli Stati Uniti (americani) e dell’Unione di Stati (europei), ambedue necessitano del contesto internazionale al quale commisurarsi.
Costituite ambedue, UE e NATO, nell’immediato dopoguerra per ricostruire un mondo andato in frantumi, devono ora entrambe corrispondere diversamente alla medesima funzione su scala non più europea, ma globale. Nell’opportuna distinzione fra difesa convenzionale di primaria responsabilità europea e dissuasione nucleare di spettanza americana.
La nostra Primo Ministro dovrebbe finalmente riconoscere che la troika franco-tedesco-britannica può presentarsi come punta di lancia di un’Europa della sicurezza, politica se non propriamente militare. E contestare chi, al governo come all’opposizione, dimentica che la ragion d’essere dello Stato è di garantire la difesa assieme, non già in alternativa, alla sanità e l’istruzione.
E la Turchia, che all’origine costituiva un perno essenziale dello schieramento alleato, ma se ne è poi strumentalmente distanziata nel perseguimento di un ruolo ‘neo-ottomano, dovrebbe invece piuttosto dedicarsi agli specifici compiti che le spettano al crocevia delle due maggiori crisi del momento, dal Mare Nero alla Palestina.