La solitudine di Israele

di 22 Giugno 2026

I Quattordici punti sottoscritti bilateralmente da Stati Uniti e Iran non prendono in considerazione la motivazione principale del rinnovato conflitto, istigato da Israele. Prescindono cioè dall’esigenza di eliminare i movimenti terroristi, residui del ‘fronte del rifiuto’, sostenuti e istigati da Teheran, che lo circondano. 

La resa incondizionata pretesa all’inizio del rinnovato attacco all’Iran era rivolta al ‘cambio di regime’; a favore di quella popolazione e della stabilità regionale. Uno scopo che, dopo gli ‘Accordi di Abramo’, gli stessi paesi arabi limitrofi condividono. Il sollievo è già palpabile sulle stesse Piazze affari. Ma è su Israele che Trump fa ora gravare la responsabilità dell’attuazione dell’intesa siglata con Teheran: il Vice Presidente Vance lo ha detto a chiare lettere.

Il ‘Memorandum’ fra Washington e Teheran altro non è infatti se non lo strumento per consentire a Trump di estrarsi dalla strada senza uscita in cui l’ha condotto la sua impulsività. Il negoziato dovrà infatti continuare per ‘sessanta giorni, estensibili’, nei quali bisognerà riaprire lo Stretto di Hormuz ‘a condizioni da definire’, a beneficio dell’economia mondiale, in contropartita di un non meglio precisato afflusso finanziario a favore di Teheran.

Sulla questione cruciale, il Memorandum nulla dice di Gaza e si limita a sostenere ‘l’integrità territoriale e sovranità del Libano’ (violate dall’Iran) e pretende (da Israele) ‘la fine permanente della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano’.

Alla vigilia di elezioni che potrebbero mutarne gli orientamenti governativi, l’atteggiamento di Israele è peraltro appesantito dall’intenzione di Netanyahu di rinnegare ogni ipotesi di ‘due Stati’, con l’annessione di fatto, ‘dal fiume al mare’, di Gaza e della Cisgiordania. Un comportamento speculare, uguale e contrario a quello degli estremisti palestinesi.

Che esclude ogni ipotesi di ‘pace giusta e duratura’. Il diavolo continuerà a inserirsi nei dettagli delle questioni aperte in Medioriente. La ricomposizione della stabilità regionale continuerà a richiedere una visione d’assieme. Ciò vale per l’Iran, per i palestinesi, ma per lo stesso Israele.

L’accordo finale rimane ipotetico, come lo sono stati i Venti punti stabiliti in settembre da Washington per Gaza, tuttora non rispettati.  

L’accordo finale, si dice, ‘dovrà essere approvato da una Risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU’. Obiettivo lodevole ma, viste le condizioni, tutt’altro che sicuro.

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Nel 1896, vent’anni prima del collasso dell’Impero ottomano, Teodoro Herzl, nel suo ‘Stato degli Ebrei’, affermava che “se Sua Maestà il Sultano ci concedesse la Palestina, per l’Europa sarà una barriera contro l’Asia e serviremmo come avamposto della civiltà contro la barbarie. Come Stato neutrale, rimarremmo legati all’intera Europa che dovrebbe garantire la nostra esistenza. Per i luoghi santi della cristianità, si potrebbe trovare una soluzione basata sul diritto internazionale, stabilendo una forma di extraterritorialità… Il flusso migratorio sarà graduale, senza scosse, e il suo inizio segnerà già la fine dell’antisemitismo”.

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