Siamo costretti a constatare che il massacro del 7 ottobre di tre anni fa ha raggiunto lo scopo che Hamas si prefiggeva. Quello di mantenere la ‘questione palestinese’ al centro delle equazioni mediorientali, che si erano andate modificando.
Di reagire, cioè, ai progetti di sistemazione regionale innescati dagli ‘Accordi di Abramo’, dai quali gli stessi Paesi arabi avevano escluso i palestinesi. Ricorrendo a tal fine all’ultimo sostenitore del ‘asse della resistenza’ ad Israele, l’unico residuo sostegno che continuava ad avvalersi delle milizie di Hamas, Hezbollah e Houti, nel pretendere l’estromissione di Israele ‘dal fiume al mare’.
Il banco è quindi saltato, le carte sono state portate allo scoperto: con l’istinto difensivo di un Israele che, lasciato a sé stesso, ha passato abbondantemente il segno; la ripetuta aggressione americana all’Iran, che le si è ritorta contro; l’esasperazione dei rapporti di Teheran con i suoi vicini del Golfo. Assopita da anni di passività nelle questioni internazionali, l’Europa è rimasta in balia degli eventi. Con il disfarsi del diritto internazionale e della diplomazia multilaterale, una resa senza condizioni è ormai pretesa da tutti contro tutti. Definitivamente tramontata appare la soluzione dei ‘due Stati’.
L’opinione pubblica mondiale si sfoga con manifestazioni pro-Pal e, sciaguratamente, con la ricomparsa dell’anti-semitismo. Il preteso negoziato fra Washington e Teheran trascura le specifiche esigenze israeliane. Tutto ciò aggrava la convinzione israeliana di dover far da sé, drasticamente, nell’assicurare la propria sicurezza, a Gaza, in Cisgiordania.
(Persino in Libano, con l’espressa accondiscendenza di quel governo, per la mancata attuazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n.1701 che, approvata nel 2006 all’unanimità dei suoi membri, si pronunciava per il ristabilimento dell’autorità governativa sull’intero territorio nazionale, condannando la presenza delle milizie di Hezbollah e confermando il compito di interposizione della missione UNIFIL -sotto comando italiano).
Si dovrebbe ritenere che l’Europa disarmata possa tornare ad essere la fucina della politica internazionale in un mondo che ha perso la bussola. E’ però la Cina che ne sta per ora diventando il perno. Obama lo aveva capito, l’America di Trump lo sta scoprendo a sue spese. La visita di Xi in Corea del Nord lo conferma, rivolta come è stata a sottrarla alla presa di Mosca.
Una Cina che, pur presentandosi come sostenitrice del sistema multilaterale, rifugge dall’assumersi responsabilità di governo mondiale, in Medioriente così come in Ucraina. Rinunciando ad identificarsi con un Sud Globale che in Europa dovrebbe semmai trovare la sponda per liberarsi dalla morsa dei Grandi.
Una rivoluzione è in corso che potrebbe definirsi ‘copernicana’, destinata a mandare in soffitta la geopolitica continentale di McKinder, sulla quale Russia e America continuano a far affidamento, a favore di quella marittima, la talassocrazia di Spykman, di cui, dopo l’Inghilterra, era stata l’America ed ora è la Cina ad avvalersi. Lo stretto di Hormuz e quello di Malacca lo stanno dimostrando.
Una rivoluzione in cui l’Europa, estrema propaggine del continente asiatico, circondata dai mari, percorsa da una rete di vie navigabili, dovrebbe tornare ad impegnarsi.