Il problema, in Iran come in Ucraina, è diventato quello di stabilire come i rispettivi aggressori possano estrarsi dal vicolo cieco in cui sono finiti. Per l’eterogenesi delle conseguenze di scopi mal definiti.
Soltanto di tregua in ambedue i casi si parla, invece che di pace ‘giusta e duratura’. Rinunciando a proiettare lo sguardo oltre l’immediato che i rispettivi negoziati dichiarano di proporsi. In ambedue i casi, la situazione è in stallo, senza che se ne preveda, né se ne programmi, l’esito. Indispensabile rimane tornare sul sentiero lungo il quale ambedue le questioni erano state avviate anni fa.
In Iran, riesumando quell’Accordo iniziale (il JCPOA) firmato nel 2015 dai cinque Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza, poi sciaguratamente stracciato da Trump.
In Iran, i termini della questione si sono ormai ridotti, per Trump alla riapertura dello Stretto di Hormuz e l’abolizione delle sanzioni dirette e indirette a Teheran, e per Netanyahu alla sua rinuncia a sostenere e istigare le milizie terroriste in Libano, a Gaza, in Yemen. Bisognerebbe piuttosto rimettere in funzione la diplomazia per impostare diversamente i rapporti regionali, con un impianto strategico di più ampio respiro.
Si tratterebbe in sostanza di verificare quanto il regime di Teheran sia disposto a non perseguire più un’egemonia regionale, atteggiandosi ad estremo difensore di una questione palestinese abbandonata al suo destino da un mondo arabo perennemente tribalizzato, per dedicarsi piuttosto all’allentamento dell’isolamento politico ed economico regionale nel quale si è asserragliato.
L’esasperazione dei rapporti dei paesi arabi con l’Iran ha sostituito quella con Israele. È per loro conto, se non su loro istigazione, che gli Stati Uniti hanno sinora agito nei confronti dell’Iran. A danno della stabilizzazione regionale, come dimostrano il blocco dello Stretto di Hormuz e il lancio di missili e droni contro gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait.
Presentatosi come risolutore dotato della spada di Damocle, Trump è finito coll’essere parte in causa, complicando ogni possibile via di uscita. Nessun serio negoziato è stato seriamente impostato, soltanto un andirivieni di contrapposte pretese. Più che mai indispensabile è ormai recuperare gli strumenti della diplomazia multilaterale, il cui scopo è normativo piuttosto che strettamente negoziale.
Tornare in altre parole a considerare la situazione mediorientale non soltanto in termini militari, ma nelle molteplici componenti che l’intervento unilaterale americano ha ulteriormente ingarbugliato. Non diversamente dal suo sopravvenuto disinteresse par l’Ucraina.
Il Primo Ministro finlandese Stubb sostiene che “abbiamo bisogno dell’Ucraina più di quanto l’Ucraina ha bisogno di noi”. Lo stesso dovrebbe dirsi del Medioriente allargato.
Sui due lati di un Mar Morto, nel quale anche la Turchia, membro della NATO, dovrebbe prodigare un ruolo più attivo.