Avevo buttato giù alcuni appunti, nel caso che da qualche media mi avessero chiesto un commento sul primo anno di pontificato di Leone XIV. E, per questo, mi ero anche preparato a rispondere alle obiezioni di chi, sì, giudicava positivamente il nuovo Papa, ma lo trovava troppo misurato, troppo cauto, troppo poco schierato su quanto stava accadendo nel mondo. A confronto, probabilmente, con il protagonismo e le esternazioni del predecessore, di Francesco.
Ed è a quel punto che è esploso il “fattore Trump”. Scatenato il conflitto contro l’Iran, e ormai in preda al suo delirio di onnipotenza, l’inquilino della Casa Bianca pretendeva che anche il Papa si schierasse dalla sua parte. E siccome invece il Papa stava moltiplicando le sue condanne dei “signori della guerra”, Trump s’è convinto sempre più che le accuse papali fossero rivolte soltanto a lui. E allora, mettendo insieme ingiurie e menzogne, ha attaccato Leone XIV. Pubblicamente. Spudoratamente.
Ma che cosa è successo? Il Papa, con un paio di interventi senza astio ma estremamente espliciti, ha smentito il tycoon, accusandolo di “abusare” di Dio e della fede per giustificare le sue guerre, i suoi misfatti. E dunque, costretto dalle falsità del Presidente americano, il Papa americano è uscito allo scoperto, ha dato un nome e un cognome al “male”, ha rivendicato il diritto di annunciare il Vangelo. Tutto il contrario della geopolitica trumpiana.
Incredibile! Ma è stato Donald Trump a far “scoprire” chi sia questo Papa, la sua strategia evangelica. L’hanno scoperto i potenti della terra, obbligati a ripensare come costruire una vera pace. L’ha scoperto un’opinione pubblica che non aveva realizzato fino in fondo il passaggio da Bergoglio a Prevost. L’ha scoperto quel mondo cattolico che non aveva finora compreso come la mitezza, quella delle Beatitudini, non sia debolezza ma abbia in sé una forza dirompente.
Ecco perché ho ripreso quegli appunti. Tutto questo andava raccontato. (gfs)
CHIAMARSI LEONE
È passato un anno, poco più di un anno, da quell’8 maggio. Era il pomeriggio, e dal comignolo della Cappella Sistina uscì lo sbuffo bianco ad annunciare che era stato eletto il nuovo Papa: Robert Francis Prevost. Nato e cresciuto a Chicago, quindi primo Papa americano. Ma anche con cittadinanza peruviana, essendo stato per vent’anni in quel Paese, missionario e poi vescovo. Appartenente all’Ordine agostiniano, del quale era stato per due volte priore. Infine, ai piani alti della Curia romana, prefetto della Congregazione dei Vescovi.
Una elezione a sorpresa, ma non tanto. Prevost, poco conosciuto all’”esterno”, lo era però nel mondo ecclesiastico. Grande esperienza pastorale, missionaria, ma anche di governo. Aveva girato il mondo, conosciuto popoli e Paesi, situazioni e culture le più diverse. Come dire che aveva vissuto in prima persona, e in qualche modo già messo in pratica, l’universalità della Chiesa. E tutto questo aveva avuto un grosso peso nella decisione del Collegio cardinalizio. “Sono stato scelto – ha detto lui stesso – per la mia fede, per ciò che ho vissuto, per la mia comprensione di Gesù Cristo e del Vangelo.”
Finora, dato il segreto, s’è saputo poco o nulla di come i cardinali elettori fossero arrivati a quella decisione. Scaturita, sembrerebbe, da una cordata che all’inizio aveva unito le due Americhe, poi aveva attraversato l’Atlantico conquistando l’adesione di elettori europei di tendenze riformiste. Ma, soprattutto, aveva preso forza dal progressivo appoggio dei tanti cardinali africani e asiatici, i quali avevano fatto presto ad entrare in sintonia, grazie anche al fatto che per la prima volta in Conclave si era parlato abitualmente in inglese, e non più in italiano, né tanto meno in latino.

Ed ecco, dopo appena quattro votazioni, il confluire della maggioranza dei voti su Prevost. Si sarebbe chiamato Leone XIV, ed è stato lui a spiegare il perché di quella scelta rifacendosi a Leone XIII, il Papa che con la “Rerum Novarum” aveva portato la Chiesa a confrontarsi con il mondo moderno e, in particolare, con la questione sociale. Cambiati naturalmente i tempi, il nuovo Papa pensava che la Chiesa dovesse fare la stessa riflessione specialmente su quella grossa incognita moderna che è l’intelligenza artificiale. Come poi farà con la sua prima enciclica, “Magnifica Humanitas”.
Ma, la scelta di quel nome, spinge ad andare ancora più indietro nel tempo, fintanto a risalire al primo Papa (440-461) che si era chiamato Leone, e passato alla storia come Leone Magno. Era salito al papato in un momento storico drammatico: l’Oriente logorava le sue forze negli scismi e nelle controversie dogmatiche, mentre l’Occidente, con l’Impero romano che si stava sgretolando, era sempre più preda dei barbari. Eppure, Leone I era riuscito a dare forza e visibilità al primato del vescovo di Roma su tutta la cristianità. Era stato insomma il primo Papa ad avere e ad esercitare una missione, con una indiscussa autorità morale, a livello universale.
Di fatto, aveva saputo far fronte sia ai problemi interni della Chiesa, in particolare la nuova eresia cristologica, l’Eutichianismo, sia ai pericoli esterni, per le ricorrenti invasioni delle orde barbare. Il Papa era andato ad incontrare il feroce Attila, già arrivato nei pressi del Mincio, e lo aveva convinto a tornare con le sue schiere di vandali in Pannonia. Con Genserico, ancora più spietato, Leone I non ce l’aveva fatta ad impedire che occupasse e devastasse Roma, ma almeno aveva ottenuto che i vandali non distruggessero le basiliche maggiori e, questo specialmente, risparmiassero la vita dei cittadini.
Ebbene, se è vero che il contesto in cui viviamo oggi è radicalmente diverso da quello del V secolo, è altrettanto vero – e lo notava proprio Leone XIV – che alcune analogie rimangono incredibilmente attuali. “Come allora siamo in un’epoca di profondo movimento migratorio; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali”. Non solo, ma bisognerebbe anche ricordare – scatenati dai “nuovi” Attila e Genserico – i tanti sanguinosi conflitti che stanno sconvolgendo l’umanità.
Robert Francis Prevost è stato eletto Papa in un momento così. Ma le tante esperienze che ha vissuto lo hanno sicuramente forgiato – come il suo antico predecessore, Leone il Grande – nella comprensione del mondo nella sua unità e diversità, nelle sue tragedie e nelle sue speranze. Prova ne sia che, in questa drammatica congiuntura storica, è il solo capo religioso che parla di pace, chiede la pace, mette la pace al primo posto degli obiettivi del suo pontificato.
CONTINUITÀ O DISCONTINUITÀ?
È passato un anno, poco più di un anno, da quell’8 maggio. E finalmente, da un lato per il pur minimo distacco storico, senza cioè la pressione del tempo, e dall’altro per l’appoggio delle novità già manifestate da questo pontificato, è possibile tentare, almeno tentare, di schizzare un ritratto del nuovo Papa e della sua missione. Ma soprattutto, questo oggi è possibile perché s’è via via attenuato l’estenuante confronto – in positivo o in negativo – con il pontificato del predecessore, di Francesco.
Ricordate quei primi mesi? Era già successo in passato, dopo altre elezioni pontificie, ma non in termini così drastici, così radicali. Ogni volta che qualcuno – opinionista, esperto di problemi religiosi, ma anche cristiano di parrocchia, anche nel parlare comune – cercava di mettere a fuoco la figura del nuovo Papa, e di capire quali fossero i principali obiettivi di questo pontificato, ogni volta scattava immediatamente il confronto con il successore. O anche solo per dire chi fosse Leone, si faceva sistematicamente riferimento a Francesco. Una conferma in più, ce ne fosse stato bisogno, della spaccatura che si era creata nel mondo cattolico, ma anche delle tante incomprensioni in quello laico.
I bergogliani, con tutto il loro sottofondo di nostalgia, parlavano ovviamente di continuità. Sì, è vero, c’erano diversità di carattere, di personalità. Leone sembrava meno spontaneo, meno “improvvisatore” di Francesco, ma per il resto cambiava poco o niente. C’era stato – insistevano – solo un “cambio del testimone”, una “staffetta”. Il nuovo Papa percorreva i cammini aperti da Bergoglio, sia nell’attenzione ai poveri, agli esclusi, al rispetto dei diritti umani, alla difesa del creato, sia specialmente nell’impegno per la pace, con i ripetuti appelli per la fine dei conflitti in Ucraina, a Gaza, ma anche in tante altre regioni del mondo.
“Indietro non si torna!”, era il loro slogan. E lo sbandieravano ai quattro venti appena il nuovo Papa, anche solo per qualche breve cenno, si permetteva di ribadire l’insegnamento della Chiesa, sulla famiglia, sul matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna, sul celibato sacerdotale, sulla lotta contro i preti pedofili. E allora, quasi con l’aria di un ricatto, la messa in guardia: “Indietro non si torna!”. Dicevano: va bene la difesa della sacralità del matrimonio cristiano, ma va contemporaneamente assicurata piena “accoglienza” alle persone gay, alle coppie omosessuali. Come se questo fosse stato l’unico vero discrimine tra una Chiesa arroccata su sé stessa, chiusa ad ogni cambiamento, e una Chiesa progressista, aperta al nuovo, con le porte spalancate a tutti.
Gli anti-bergogliani, con tutto il loro sottofondo di rivincita, mettevano invece in rilievo gesti e parole di Leone, a testimonianza di una netta discontinuità rispetto al passato. I gesti, anzitutto: l’aver ripreso l’uso dell’ermellino e della stola, già al momento dell’elezione; la decisione di tornare a Castelgandolfo per un periodo di vacanze, e, più significativamente ancora, di andare nuovamente ad abitare nel palazzo apostolico. E poi, questo specialmente, l’essere riuscito, in così poco tempo, non solo a ricreare un clima di pacificazione e di unità nel popolo cattolico, ma a ricostruire la credibilità, dirà il nuovo Papa, di “una Chiesa ferita, inviata a una umanità ferita, dentro una creazione ferita”.
E poi, le parole. Parole che, a confronto con i troppi silenzi del passato, avevano assunto un significato più forte, più autorevole. Parole più “trasparenti”, più dirette, senza possibilità di interpretazioni ambivalenti. Come quel richiamo a una pace “disarmata e disarmante”. O la dichiarazione “la Nato non ha cominciato nessuna guerra”, che contraddiceva quanto Francesco aveva affermato, additando tra le cause dell’invasione russa dell’Ucraina “l’abbaiare della Nato ai confini della Russia”. E, fra i tanti capi di Stato che avevano cercato di stabilire un contatto con il nuovo Papa, anche Putin, che invece per tre anni si era negato sprezzantemente alle telefonate di Francesco.
Per riassumere, c’era stato un primo cambiamento su diversi piani, ma senza forzature, senza svolte clamorose. Ed è per questo che un certo fronte anti-bergogliano non aveva certo aiutato Leone XIV. Non lo aveva aiutato esasperando la contrapposizione con il pontificato di Francesco, con le tante problematiche da lui lasciate aperte in campo morale come in quello pastorale, ecclesiale. Tutto il contrario, appunto, di quel che il nuovo Papa aveva in mente di fare, nell’opera di risanamento di una situazione oggettivamente di crisi, ma per gradi, con un atteggiamento mai punitivo anche nei riguardi di quanti continuavano a remare contro.
E allora? Continuità o discontinuità? A parte l’evidente provvisorietà di certe impressioni, di certi giudizi, ha preso sempre più consistenza un dubbio. Il dubbio di essere caduti in un tranello. E cioè, che il confronto tra gli ultimi due Papi, per quel che di polemico inevitabilmente contiene, non fosse il più idoneo per arrivare a comprendere meglio la figura di Robert Francis Prevost. Anche perché, per prima cosa, Prevost andrebbe considerato, non di riflesso al predecessore, ma per quel che è, per la sua storia umana e religiosa. A cominciare da quell’essere agostiniano che ha marcato a fuoco la sua esistenza.
UN FRATE ALLA GUIDA DELLA CHIESA
Pochi ci hanno fatto caso. Si sono succeduti due Pontefici provenienti entrambi dalla vita consacrata. Un religioso, Bergoglio, primo Papa gesuita. Un frate, Prevost, primo Papa agostiniano. E’ evidente che questo non è stato il criterio principale che ha guidato la scelta dei cardinali in Conclave. Ma potrebbe essere – com’è avvenuto tante volte in passato – il segno di una Chiesa che chiede l’aiuto della vita religiosa. La quale, pur tra fasi alterne, è stata sempre fonte inesauribile di spiritualità, di impegno nell’annuncio del Vangelo, nell’opera missionaria, nella promozione umana.
Sant’Agostino, dopo il battesimo da adulto, aveva suscitato forme di vita monacale e, fatto vescovo, aveva trasformato la sua casa in un monastero, facendo vita comune con il suo clero. In altre parole, aveva creato una struttura religiosa comunitaria – ispirando così il monachesimo occidentale – ma che aveva ancora una impostazione prevalentemente clericale. Passarono secoli, probabilmente quella prima esperienza andò dispersa, ma non andò disperso il suo profondo senso evangelico. Rispuntò infatti nel XIII secolo, quando i tanti gruppi religiosi che si rifacevano alla regola e all’ordine di vita di Agostino – riuniti in un “solo esercito più forte” da papa Alessandro IV, per “sconfiggere l’impero nemico della malizia spirituale” – furono anch’essi protagonisti di quella svolta rivoluzionaria, come “risposta” alla crisi in cui si dibatteva la Chiesa, e che sfociò nella nascita degli Ordini mendicanti.
Domenicani e Francescani in testa, si diversificavano dagli antichi Ordini monastici per tre motivi fondamentali. Il primo, emettevano in più il voto di povertà (ecco perché mendicanti) che comportava la rinuncia a ogni diritto di possesso sia individuale che collettivo. Il secondo motivo: tendevano non solo alla santificazione personale ma anche in modo speciale alla santificazione del prossimo, mediante mezzi specificamente attivi e non solo contemplativi. Terzo motivo, quello che più li differenziava dagli Ordini monastici, legati al voto della “stabilitas loci”: i frati potevano spostarsi da una città all’altra, percorrere le campagne, stare in mezzo ai lavoratori, vivere tra la gente. Erano sacerdoti e, insieme, predicatori, missionari, operatori sociali, apostoli della carità.

La rivoluzione fu opera di tutti. Ma gli agostiniani, anzi, come si chiamava il gruppo principale, gli agostiniani eremitani furono quelli che, grazie al fatto di essere rimasti fedeli all’insegnamento e alle indicazioni normative di Agostino, ma anche per il loro impegnarsi totalmente nell’annuncio del messaggio cristiano, riuscirono più facilmente a realizzare una sintesi armonica tenendo assieme il “deserto” e la “città”, il vivere con Dio e il fare per gli uomini, vita contemplativa e vita attiva, strutture (le loro “fraternità”) e libertà di coscienza.
Ebbene, non è difficile ritrovare questa fortissima impronta agostiniana nella quotidianità di questi primi mesi di pontificato. Primi mesi di un frate sulla cattedra di Pietro, alla guida della Chiesa universale.
Impressionante il numero di volte che nei discorsi di Leone ritornano quelle tre parole: Dio, Gesù, Signore. Il segno della sua profonda spiritualità. Il contemplare Dio ma, nello stesso tempo, pensare all’”utilità del tuo prossimo”. Una Chiesa fondata sul pluralismo nell’unità, sulla diversità e non sull’uniformità. Ieri il priore, e oggi il Papa: deve avere coscienza di essere un “fratello” al quale la comunità ha affidato una maggiore responsabilità. Insomma, la centralità della Chiesa in Gesù Cristo, e, insieme, l’attenzione ai poveri, ai bisognosi, ai feriti dalla vita.
LA FORZA DELLA MITEZZA
Ha già detto molte parole forti, dure, in difesa della pace, della giustizia nel mondo: parole che hanno riequilibrato l’atteggiamento della Chiesa di Roma verso le grandi potenze, sui tanti conflitti che dilaniano la terra. Ha già preso tante decisioni, fatto tanti cambiamenti, sia nelle istituzioni vaticane e sia nella vita religiosa della comunità cattolica: decisioni e cambiamenti che, non poche volte, hanno rimesso a posto, se non addirittura ribaltato, decisioni e cambiamenti del suo predecessore, autore di novità rivoluzionarie ma che poi non avevano avuto un seguito pratico, non erano state tradotte nella realtà ecclesiale.
È stato tutto questo, Leone XIV, in appena un anno di pontificato. Eppure, almeno agli inizi, non è stato sempre capito, non è stato giudicato per quel che è e per quel che stava facendo. Giornalisti che dicevano: “E’ un Papa che non buca”. Fedeli che confidavano di non essersi fatti ancora un’idea. Sarà perché in genere Prevost non alza la voce. Sarà perché procede con una certa prudenza. Fatto sta che c’è voluto del tempo prima di arrivare a comprendere che è proprio la mitezza l’elemento distintivo di questo Papa. Sì, la mitezza! Una parola che sembra ormai caduta in disuso, dimenticata. Nei vocabolari è riferita anzitutto al clima, alla pena da comminare. Peggio, la terza beatitudine non appare nemmeno tra le voci dell’indice tematico del Catechismo della Chiesa cattolica.
Nella Bibbia, la mitezza è spesso abbinata all’umiltà, e, di conseguenza, alla pazienza, alla serenità, alla longanimità. E’ forse il comportamento che più rispecchia sia quello di Dio, “lento all’ira”, sia quello di Gesù, “mite e umile di cuore”. E, per questo, la mitezza contiene in sé quell’ideale religioso e spirituale che si realizza in una duplice relazione: verso Dio, il Creatore, e verso l’altro uomo, il prossimo.
Ecco l’origine profonda della mitezza di papa Leone. Mitezza che non significa affatto pavidità, ignavia, arrendevolezza, o, per contro, mancanza di fermezza. Significa invece un vivere sapiente. Significa essere uomini di dialogo, di ascolto, ma anche di polso. Significa essere uomini di pace, ma anche capaci di opporsi alla violenza, all’aggressività, alla intolleranza, alle guerre che insanguinano i nostri giorni. “Beati i miti perché erediteranno la terra”, disse Gesù. Ed è appunto questa “terra” che il nuovo Papa si è impegnato a trasformare con la sua mitezza. E così anche nella sua opera di governo, seguendo sempre l’insegnamento di sant’Agostino, di evitare tutto ciò che possa essere imposizione o dominio.
Anche qui, abituata al movimentismo di Francesco, alle sue provocazioni, sulle prime molta gente è rimasta un po’ perplessa a vedere il nuovo Papa non mettersi mai in mostra, sempre prudente. Ma anche qui, giorno dopo giorno, s’è cominciato a capire che la moderazione è nella natura stessa di Prevost. E chi lo conosce bene sa quanto sia una persona discreta, calma, paziente, con una grande capacità di ascolto, e sempre disponibile, aperto alla prossimità fisica, al contatto ravvicinato.
E tutto questo, già sperimentato nei due mandati di priore del suo Ordine, si è moltiplicato con la salita alla cattedra di Pietro. Lo ha detto esplicitamente ai cardinali, nella Messa pochi giorni dopo l’elezione. Ha insistito su quello che dev’essere “l’impegno irrinunciabile per chiunque eserciti nella Chiesa un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccoli perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”.
Dunque, un guidare la Chiesa come un timoniere: governare nel senso di pascere, testimoniare, orientare, e non semplicemente comandare, non imporsi sugli altri. Un parlare senza mai accusare, senza mai offendere, e sempre di nuovo la richiesta di aiutarlo, di collaborare con lui. “Il Papa da solo non può andare avanti.”
Si pensi a che cosa abbia significato tutto questo specialmente nella Curia romana…
UN PIETRO MISSIONARIO
Altra novità, una grande e significativa novità, ma anch’essa poco o punto considerata. Per quanto si vada indietro con la memoria, e comunque sicuramente nei tempi moderni, Robert Francis Prevost è il primo Papa che viene da una esperienza missionaria. Un’esperienza fatta in prima persona, e vissuta ogni giorno con l’impegno di annunciare e testimoniare il messaggio della salvezza. Un’esperienza – come ha detto – che ha segnato il suo impegno pastorale e ha “plasmato” la sua vita spirituale.
L’evangelizzazione, del resto, è da sempre nel DNA degli agostiniani, e forse più ancora di altri Ordini mendicanti, dei domenicani, dei francescani. Uno degli agostiniani più famosi, Vito d’Ungheria, aveva convertito più di 10.000 infedeli tra coloro che erano giunti in Europa in seguito alle invasioni mongole del XIII secolo. Poi, nel 1600, re Filippo II li aveva mandati nelle Filippine; e lì centinaia di figli spirituali di sant’Agostino avevano realizzato il mandato missionario di Cristo, molti versando anche il sangue, per portare la fede nelle regioni più selvagge, come Mindanao, in aperta lotta con i musulmani.
E non solo le Filippine. Anche il Giappone, la Cina, la Colombia, il Perù. E proprio in Perù andò, per la prima volta nel 1985, il giovane agostiniano Prevost. “Ho passato metà della mia vita ministeriale in Perù”, ricorda. Prima come semplice missionario, più tardi da vescovo, a Chiclayo. Predicò il Vangelo, battezzò, ma fu anche con la gente, in mezzo alla gente, non solo nella drammatica realtà di una delle zone più povere, più disastrate, ma anche nei momenti più tragici, per l’infuriare del terrorismo, e al tempo delle alluvioni per quei cicloni devastanti, il Nino, lo Yaku, e della pandemia per il Covid.

Venne chiamato a Roma nel 2023, sorprendentemente, da Francesco, per guidare la Congregazione dei Vescovi. Ma lui: “Mi considero ancora missionario. La mia vocazione come quella di ogni cristiano è l’essere missionario, annunciare il Vangelo là dove uno si trova”. E adesso, da Papa, sarà lo stesso. Portando la sua esperienza – ecco la grande novità – a livello universale.
Ma concretamente, che vorrà dire questo? Leone XIV, in qualche modo, lo ha già indicato. Ha confidato ai cardinali la sua visione di come debba essere una Chiesa missionaria nel mondo d’oggi, nel XXI secolo. E’ una Chiesa che annuncia “un Dio che rimette in cammino”. Dunque, non una Chiesa che si rinchiude in sé stessa e dice: “Tutto è già fatto, finito, fate come sempre abbiamo fatto”. Non una Chiesa che guarda solo a sé stessa, ma invece “guarda più in là, gli altri”.
Insomma, afferma il Papa missionario, “la ragion d’essere della Chiesa è annunciare il Vangelo, il Vangelo con Cristo al centro. Questa è la nostra missione”. Ed è quel che farà specialmente con i viaggi, diventati ormai una struttura istituzionale, parte integrante del ministero e dello stesso governo pontificio.
Una anticipazione di tutto questo è stato emblematicamente il viaggio di Leone XIV in Africa. Quattro Paesi visitati. Dieci giorni intensi, densi di celebrazioni con presenze oceaniche. Incontri con le realtà più diverse, come con i carcerati. Tutta una serie di discorsi, con dentro continuamente la denuncia dei mali di cui soffre quel continente, i tanti conflitti intestini, le ingiustizie macroscopiche, gli ignobili sfruttamenti del suo sottosuolo anche da parte di potenze straniere, Russia e Cina in primis.
Un viaggio in quel Sud del mondo dove il cattolicesimo, in continua crescita, si sta progressivamente spostando. E da dove i valori di quelle religiosità – la dimensione comunitaria della vita, una fede improntata alla gioia e alla spontaneità, la naturale spiritualità – potrebbero portare nuova linfa vitale se immessi nelle vene di un Nord sempre più arido, sempre più indifferente a Dio.
PREVOST E WOJTYLA
Tor Vergata, Giornata mondiale della Gioventù, venticinque anni dopo. Sono cambiati i tempi. E’ cambiata la storia. E’ cambiato il sentire comune. E naturalmente sono cambiati i giovani. E’ cambiato anche il Papa. Eppure, come allora, s’è avvertita un’atmosfera di vera profonda spiritualità. A conferma che se c’è una Chiesa credibile, trasparente, capace di offrirgli qualcosa di cui sentano di aver bisogno nella loro interiorità, allora i giovani si rimettono in cammino. E alla fine, cercando la verità, troveranno Dio.
E del resto, Leone XIV ha mostrato di poter entrare immediatamente in sintonia con le nuove generazioni, con i loro problemi, con le loro incertezze. Ha risposto alle loro domande, senza fare sconti, ma proponendo degli ideali alti, non facili. “Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno.” Ma anche i giovani sono entrati subito in sintonia con il nuovo Papa, con le esigenze morali che ha proposto, con le note di speranza che ha dischiuso. E come se volessero siglare un patto di amicizia, il Papa e quel milione di giovani, c’è stato un lunghissimo incredibile silenzio per la Veglia eucaristica: un silenzio che, nel suo simbolismo, sembrava opporsi al “rumore” di un mondo sull’orlo del baratro.

Tor Vergata, venticinque anni dopo. E’ venuto naturale l’accostamento dei due Papi che hanno presieduto quelle Giornate. E, altrettanto naturale, è venuta la sollecitazione, non a un confronto, questo no, ma a una rilettura in contemporanea delle due storie: quella di Karol Wojtyla e quella di Robert Francis Prevost. Storie diverse ma accomunate – ecco il punto di incrocio – da un profondo afflato spirituale. E che traspare fin dalle prime parole pronunciate dopo l’elezione. “Sia lodato Gesù Cristo”, aveva detto Giovanni Paolo II, ricorrendo a quell’antichissimo saluto cristiano che rende lode a Gesù. E Leone XIV, richiamandosi alle parole del Cristo risorto: “La pace sia con tutti voi”.
Ma c’è un secondo punto di incontro, ugualmente significativo, tra i due Pontefici: la volontà di portare a termine la rivoluzione, finora incompiuta, del Concilio Vaticano II. E quindi, di realizzare quel grande progetto di ridisegnare una “nuova” Chiesa, mistero di salvezza e, insieme, incarnata nella storia dell’umanità. Rimediando così a quel crescente pauroso distacco tra fede e vita che, allora come oggi, serpeggia nei sotterranei della cattolicità.
Giovanni Paolo II, vissuta personalmente l’esperienza conciliare, aveva seguito fedelmente le novità del Vaticano II, tenendo insieme le due nuove immagini di Chiesa: quella descritta nelle sue encicliche trinitarie, una Chiesa vista come un insieme armonico di unità e molteplicità, di identità e diversità; e quella considerata nella concretezza della realtà storica, e dei problemi che la Chiesa si trova continuamente ad affrontare: famiglia, cultura, giustizia, guerra e pace.
Ma poi il cammino si era più volte inceppato. Benedetto XVI, pur opponendosi alla crisi dell’umanesimo, pur raccontando magistralmente di Dio e del suo farsi uomo tra gli uomini, era rimasto troppo fermo sul piano della fede, e non aveva mai realmente accettato le problematiche sociali della costituzione conciliare “Gaudium et spes”.
Francesco, fin dalla prima enciclica, aveva dato largo spazio alle prospettive conciliari; così come aveva avviato una profonda riflessione sulla sinodalità. Ma, nello stesso tempo, assolutizzando il metodo induttivo nell’interpretazione della realtà, cioè partendo dal “basso”, da un lato aveva aperto le porte alla trattazione di questioni una volta tabù, specie nel campo della morale sessuale, e quindi inevitabilmente divisive; dall’altro aveva portato la Chiesa ad occuparsi prevalentemente di tematiche sociali, la tragica condizione dei poveri, le periferie, le ingiustizie sempre più spaventose, il Sud del mondo. Al punto che nell’ultima enciclica, “Dilexit nos”, aveva sentito il bisogno di proporre una diversa chiave di lettura, più “religiosa”, del suo pontificato.
E adesso, com’era stato per Wojtyla, ecco arrivare un Papa che, proprio per la saldezza della sua formazione spirituale, del suo saper vivere di Dio, si mostra intenzionato ad impegnare la Chiesa cattolica nella grande sfida: il superamento del distacco tra le due appartenenze, al cielo e alla terra. Papa Leone lo ha imparato bene da sant’Agostino. Ha imparato che nella storia umana si intrecciano la città dell’uomo e la città di Dio: l’una costruita sull’orgoglio, sull’amore di sé, l’altra sull’amore di Dio, e caratterizzata dalla giustizia, dalla carità, dall’umiltà.
E ora è venuto il momento, non più procrastinabile, di realizzare concretamente quella visione teologica. Tocca ai cristiani prendere consapevolezza dell’impegno morale che comporta, tanto a livello personale quanto a livello sociale, il testimoniare il Vangelo nella quotidianità della vita; e, come ha ricordato il Papa, “impregnare la società terrena dei valori del regno di Dio”. Senza tentazioni clericali, ma anche senza cedimenti alle logiche mondane. Soltanto così, sempre parole di Prevost, i credenti potranno essere “costruttori di ponti” tra le due città, orientando in tal modo la storia verso “il suo compimento ultimo in Dio”.
ANCHE UN PO’ DI “PULIZIA”
È passato un anno, poco più di un anno, da quell’8 maggio. E, rileggendo giorno per giorno le cronache di questo pontificato, è incredibile scoprire il numero di iniziative prese da Leone XIV e la serie di cambiamenti già da lui operati. Ma – e forse è per questo che non sempre sono stati recepiti dall’opinione pubblica – con un procedere cauto, per piccoli passi, e, quando c’erano persone di mezzo, con un atteggiamento mai accusatorio ma dialogante, positivo, costruttivo. Evitando strappi troppo forti, troppo duri, specialmente quando c’era da rimediare a situazioni lasciate aperte o, peggio, irrisolte dal suo predecessore.
Tutta questa moderazione non ha però frenato né la sua ben conosciuta capacità decisionale, né la sua opera riorganizzatrice nei diversi campi. Basti pensare a tutto quello che ha compiuto, senza clamori, senza stravolgimenti ma anche senza compromessi, per far “pulizia”, diciamo così, anzitutto all’interno del Vaticano. Cancellando, tra l’altro, alcune iniziative prese da un giro di cortigiani proprio mentre Francesco, ricoverato al Gemelli o nel suo letto a Santa Marta, si avviava alla fine dei suoi giorni. Per cui c’è da chiedersi se fossero iniziative che lui aveva davvero approvato, o che gli erano state “strappate”.
L’episodio più clamoroso riguarda la soppressione definitiva della Giornata mondiale dei Bambini, la cui prima edizione, oltre ai costi esosi, era stata un autentico flop. E quindi, decisione iniziale, è stato soppresso il Comitato organizzativo, che era nato per incanto come struttura autonoma, al pari delle istituzioni della Santa Sede. Poi, capito bene come stessero le cose, soppressa la celebrazione della Seconda Giornata mondiale, già programmata, e con la presenza del Papa, per la fine di settembre 2026.
Soppressa anche la Commissione – creata da Francesco, ma probabilmente senza che gli avessero spiegato bene di che cosa si trattasse – per coordinare la raccolta di fondi della Santa Sede: con l’abrogazione di eventuali atti che fossero già stati adottati, e la defenestrazione di tutti i membri. Poi, tolti i poteri finanziari allo IOR (cancellando il chirografo istitutivo di Bergoglio), per cui la banca vaticana non avrà più una competenza esclusiva nel decidere gli investimenti da fare e nella gestione patrimoniale. E ancora, l’annuncio che verrà rifatto da capo il processo in cui è coinvolto il cardinale Becciu. La correzione della riforma della diocesi di Roma, riunificando le cinque prefetture del Settore Centro. E quasi sicuramente c’è dell’altro.
Passiamo al capitolo delle nomine. Finora poche ma pensate bene, e con una certa prevalenza di persone provenienti dalla vita consacrata: il carmelitano Iannone, prefetto della Congregazione dei vescovi; l’agostiniano spagnolo Marin de San Martin, elemosiniere; il nigeriano agostiniano Doleng, vice-gerente della Casa pontificia, che ha un nuovo prefetto, il bosniaco Rajia; l’arcivescovo bergamasco Rudelli, Sostituto della Segreteria di Stato; l’australiano Randazzo, prefetto del dicastero per i testi legislativi.

Per finire, gli interventi più propriamente ecclesiali. Intanto, subito dopo l’elezione, la convocazione dei cardinali che non poteva meglio rappresentare, e non solo simbolicamente, un forte rilancio della collegialità. Un incontro, e lo ha spiegato il Papa stesso, per “poter sentire quali consigli, suggerimenti, proposte, cose molto concrete, di cui si era già parlato un po’ nei giorni prima del Conclave”.
Era solo al “tirocinio”, Leone XIV, al primo anno del suo pontificato. Ma non ha mancato di dire apertamente quale fosse la posizione della Chiesa su certi temi scottanti. Ha ripetuto il no al diaconato femminile. No anche alla benedizione “formalizzata” delle coppie omosessuali, come invece hanno cominciato a fare i vescovi tedeschi. Sì a un ulteriore sviluppo della Chiesa sinodale, ma non trasformandola in “una sorta di governo democratico”, come vorrebbero certi burocrati curiali. E poi, una certa apertura alla ripresa della Messa in latino, che Francesco aveva abolito, contraddicendo clamorosamente una precedente decisione di Benedetto XVI. La conferma, ovvia ma evidentemente ritenuta necessaria, che la famiglia è “uomo e donna”, scatenando così le prime polemiche contro. E la questione dei preti pedofili, con un messaggio ai vescovi francesi, e che i critici, citandone solo alcune frasi, lo hanno interpretato come se il Papa avesse sottolineato esclusivamente la misericordia verso gli abusatori, e senza nessun riferimento alla giustizia.
Per ora nascosti, anonimi, ma già ci sono in giro gruppi di oppositori al nuovo Papa.
LA CHIESA FA POLITICA?
C’erano gli impegni, già programmati, del Giubileo. Ma Leone XIV, pur senza forzare i tempi, è riuscito ugualmente ad anticipare le linee-guida del suo pontificato: e cioè, creare anzitutto un clima di pacificazione e di unità nella comunità cattolica (smantellando una volta per sempre le troppe polarizzazioni che ancora ci sono), e, insieme, portare di nuovo la Chiesa (recuperando una autorità morale da tempo offuscata) a saper dire, con forza e credibilità, la verità di Dio sull’uomo e sul mondo. Favorendo comunque un confronto aperto con le sfide della società moderna, a cominciare dalle opportunità ma anche dai tanti rischi che prospetta l’intelligenza artificiale.
A sorpresa, il primo documento – l’esortazione apostolica “Dilexi te” – era un progetto di Francesco, ma che adesso il nuovo Papa ha voluto riprendere e completare. Come segno di continuità con il predecessore, e come impegno della Chiesa – ieri, oggi, sempre – a “farsi vicina ai poveri”, a non abbassare mai la guardia sulla povertà. Leone ci ha messo poi le sue idee: no a una contrapposizione tra cristiani spirituali e cristiani che si gettano nella lotta per gli ultimi. Spiritualità e solidarietà concordano e si nutrono reciprocamente. I critici hanno accusato il documento di “populismo”, ma non hanno negato la profonda carica spirituale che l’attraversa.
E, dopo l’esortazione apostolica, tre discorsi di peso che hanno aiutato a capire ulteriormente il futuro di questo pontificato, e, in particolare, l’obiettivo di riportare al centro della vita ecclesiale i valori della vita umana, della famiglia e della società.
Il discorso alla Curia romana: non sono mancate le osservazioni critiche, le proposte di rinnovamento, ma senza i toni polemici degli interventi di Francesco. E, questo specialmente, c’è stata una esplicita rivalutazione del ruolo della Segreteria di Stato, quasi esautorata nel precedente pontificato. Altro importante discorso, quello del primo Concistoro, destinato a tenersi ogni anno come strumento e stile di collaborazione, di collegialità. Il Papa ha annunciato un rilancio del Concilio Vaticano II, e ha indicato, come impegno iniziale di riflessione, un ventaglio di temi, scelti con gli stessi cardinali: missione della Chiesa nel mondo oggi, servizio della Santa Sede alle Chiese particolari, Sinodo e sinodalità, liturgia.
Ma quello che veramente ha colpito, anche per le sue ripercussioni, è stato il discorso al corpo diplomatico (9 gennaio 2026). Il nuovo Papa ha portato la testimonianza della sua stessa esperienza di vita, sviluppatasi tra Nord America, Sudamerica ed Europa. Un’esperienza di cittadino del mondo, “rappresentativa di questa aspirazione a travalicare i confini per incontrare persone e culture diverse”. E dunque, la Santa Sede è a disposizione, offre il suo aiuto, perché “i nemici si incontrino e si guardino negli occhi”. Soltanto così, con il dialogo, la responsabilità e la diplomazia, si potrà fermare “la spirale della violenza, prima che diventi una voragine irreparabile”.
Sono insorti i critici: “La Chiesa è tornata a fare politica”. Ma non è vero. Non può far politica una Chiesa che, sempre il Vangelo in mano, imposta la sua azione sui principi basilari della pace, della giustizia e della verità.
È vero semmai che, da Francesco a Leone XIV, c’è stato un evidente cambiamento nella lettura di un mondo oggi segnato drammaticamente dal progressivo venir meno del diritto umanitario internazionale; ma anche un cambiamento nella lettura di una Chiesa che non può più permettersi silenzi ed ambigue neutralità. E difatti papa Leone, riprendendo ancora una volta il modello agostiniano delle due città, quella di Dio e quella terrena, ha denunciato la perdita del senso della storia, che oggi si manifesta – “una delle prime sfide del nostro tempo” – nella perdita del senso e del significato delle parole. Falsificando le parole, si falsifica la verità, si falsifica la pace, quella che dovrebbe essere la vera pace.
Qualcuno, come sintesi del primo anno di pontificato, ha definito Prevost “il Papa della normalità”. A pensarci bene, non è, come in prima battuta potrebbe sembrare, un giudizio riduttivo. Al contrario, potrebbe infatti essere il segno di un cambiamento, appunto il ritorno alla “normalità”. Un Papa che fa il Papa. Una Chiesa che fa la Chiesa. Un cristiano che si comporta, che vive da cristiano.
UN PAPA AMERICANO, UN TYCOON AMERICANO
C’era stato, all’inizio dell’anno, il primo incontro del nuovo Papa con il corpo diplomatico. E già i contenuti di quel suo discorso avevano mandato in bestia Donald Trump. La denuncia della crescente debolezza del multilateralismo. L’imporsi di una “diplomazia della forza”. “La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”. Il tycoon che abita nella Casa Bianca, ormai in preda al suo smisurato egocentrismo, si era convinto che ognuna di quelle affermazioni fosse rivolta a lui, alla sua strategia geopolitica. E così, il 22 gennaio, l’allora nunzio vaticano negli Stati Uniti, mons. Pierre, era stato convocato, neppure al Dipartimento di Stato, ma al Pentagono, dal sottosegretario alla Difesa, Colby, e aveva dovuto dare tutta una serie di spiegazioni, assicurando che non c’era una opposizione preconcetta del Papa americano nei confronti del Presidente degli Stati Uniti.
Di lì a poco, però, il presidente degli Stati Uniti ha scatenato la guerra contro l’Iran, una guerra non solo ingiusta ma che aveva aggravato una situazione già disastrosa nel Medio Oriente. E, da quel momento, gli interventi di Leone XIV si sono fatti inevitabilmente più diretti, e sempre più duri. Sembrava di sentire l’esplosione di Giovanni Paolo II contro i mafiosi nella Valle dei Templi. Le stesse parole di condanna. La stessa determinazione, come quella dei profeti antichi, nell’invocare il giudizio divino contro la malvagità degli uomini.
La Domenica delle Palme, Prevost ha ammonito che Gesù “non ascolta le preghiere di chi fa la guerra”. Nel messaggio Urbi et Orbi per la Pasqua, ha alzato ancora di più i toni. “Chi ha in mano le armi, le deponga”. “Chi ha il potere di scatenare le guerre, scelga la pace”. E alla Veglia di preghiera in san Pietro per la pace, rivolgendosi ai governanti: “Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”.
In nessuna di queste occasioni, il Papa ha mai citato Trump e gli Stati Uniti. Ma poi Trump se ne è uscito con quella minaccia ai limiti della blasfemia, di far scomparire in una notte “un’intera civiltà” (quella iraniana). A quel punto, stimolato dai giornalisti all’uscita da Castelgandolfo, Leone ha definito “inaccettabile” una minaccia del genere. E allora il tycoon è andato letteralmente fuori di testa. Ha riempito di insulti (conditi con tante menzogne) il capo della Chiesa cattolica. “E’ debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera”. “Non voglio un Papa che pensa che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare”. “Se io non fossi alla Casa Bianca, lui non sarebbe il Pontefice. Leone dovrebbe essermi grato…”

Pensava di averla vinta, di aver messo sotto i piedi, addomesticandoli, Papa e Chiesa cattolica, come ha fatto e continua a fare ricorrendo alla forza e a una politica di ricatti. E invece, Trump ha fallito clamorosamente. Il suo attacco al Pontefice, da un lato, ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sul viaggio che il Papa stava facendo in Africa; e, dall’altro, è riuscito nell’impresa, non certo voluta, di compattare vescovi e cattolici americani, da tempo divisi tra democratici e repubblicani.
Secondo errore madornale, ha dato la possibilità a Leone di ribattergli, di fare il suo nome, e di scoprire il suo vero obiettivo, che non è quello di favorire la pace ma di dominare il mondo. “No, non ho paura dell’amministrazione Trump, e di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo”, ha dichiarato il Papa. E poi, troncando sul nascere il tentativo del tycoon di coinvolgerlo, speculandoci sopra, in un confronto diretto: “Non è affatto mio interesse dibattere con il presidente degli Stati Uniti”.
Poche battute, ma Leone ha saputo interpretare perfettamente quello che è il ruolo della Chiesa cattolica nella società civile, nella comunità internazionale. Una Chiesa che non fa politica, quindi non entra in competizione con gli Stati, con i governi, con i potenti della terra. E, nello stesso tempo, una Chiesa che – per il suo essere nel mondo, per il suo agire nella storia – rivendica il diritto di poter promuovere una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli. E, per questo, il diritto di denunciare gli ostacoli alla costruzione di una vera pace, “una pace disarmata e disarmante”.
Ed è appunto quello che Leone XIV ha fatto nel suo viaggio africano. Pronunciando parole di fuoco contro i “signori della guerra”; contro “il manipolo di tiranni” che stanno distruggendo il mondo; contro la logica “estrattivistica” dei pochi ricchi che sfruttano le ricchezze di quel continente, mentre milioni e milioni di esseri umani sono ridotti alla fame più nera.
Ma ancora più significativo, proprio per la sua semplicità, è stato il secondo intervento del Papa, quando ha precisato che i suoi discorsi, scritti due settimane prima, non potevano perciò venir considerati delle risposte alle affermazioni di Trump. Il che ha demolito alle fondamenta l’ideologia trumpiana. Ovvero, Leone XIV ha smontato completamente la convinzione del presidente degli Usa di potersi dare – stravolgendo la Bibbia – un’aurea di onnipotenza, una autorevolezza che venendo dall’Alto giustificherebbe la sua politica, e naturalmente le guerre che scatena, i ricatti economici che infligge a mezzo mondo.
Con molta semplicità, si diceva, il capo della Chiesa cattolica lo ha messo alle corde. “Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo”. Alcuni chi?
Se Trump non ha capito o non ha voluto capire a chi fosse rivolto quel monito, glielo avrà spiegato il suo ministro degli Esteri, Rubio, di ritorno dalla visita in Vaticano. Una visita nel segno di una grande ipocrisia, fatta solo per mostrare come non ci fossero fratture tra gli Usa e la Santa Sede.
E intanto Trump, nella sua folle megalomania, continuava a sproloquiare contro il Papa. Mentre il Papa scopriva quanto fosse caldo, immensamente caldo, il cuore di Napoli. Indimenticabile quell’immagine di lui sul lungomare, con la bocca spalancata a urlare la sua sorpresa, e a restituire quell’abbraccio a tutti i napoletani.
LA VERA GRANDEZZA DELL’UMANITA’
Sant’Agostino parlava di “tranquillità dell’ordine”, e Leone XIV ne ha spiegato il senso. “Costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amore di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena…”.
Ma appunto per questo, con un ordine mondiale sempre più a pezzi, sempre più alla deriva, c’è bisogno, diceva il Papa, di “una vera visione profetica per la Chiesa di oggi e di domani”. E cioè, una Chiesa unita, più spirituale, più evangelica, immagine trasparente dell’amore di Dio, una Chiesa riappacificata con le altre Comunità cristiane, con le altre Religioni, una Chiesa che sappia guardare lontano, non estranea alle tragedie della storia, alle inquietudini dell’uomo moderno. Una Chiesa così potrà diventare “fermento per una umanità riconciliata”.
Non sono soltanto parole, belle parole e basta. Questa “visione profetica” della Chiesa è apparsa evidente fin dal titolo della prima enciclica di Leone XIV, appena uscita, “Magnifica Humanitas”. E’ l’esaltazione dell’essere umano in quanto portatore di una verità morale, una verità oggettiva, e di diritti inalienabili, inviolabili, a cominciare da quello alla vita. E’ la riproposizione del vero significato e della vera grandezza dell’umanità come sono intesi da Dio, dal Vangelo.
Non è un documento contro l’intelligenza artificiale (AI), come qualcuno pensava o temeva. La Chiesa non è affatto contro il progresso, la ricerca, contro la rivoluzione tecnologica. Non contesta l’innegabile potenziale che l’AI sta già esprimendo in vari ambiti, sia nella organizzazione del lavoro, sia nel campo della medicina, dell’educazione, dell’informazione, della difesa del creato. Ma la Chiesa avverte anche la responsabilità – nel nome di Dio, del Vangelo – di vigilare, e, se del caso, di denunciare eventuali pericolose ricadute di questa rivoluzione sull’esistenza umana, sul bene comune. E difatti, come precisa il Papa, la sfida che la Chiesa sta affrontando non è tecnologica, ma antropologica. Riguarda anzitutto la persona, ogni singola persona. Fintanto a riguardare l’intera umanità.

Ci sono rischi reali, nel continuo progredire dell’AI. Rischi di aggravare le tragedie che già sconvolgono il mondo, le guerre, le disuguaglianze, le esclusioni che, specie per la questione delle migrazioni, sono il nuovo volto della ingiustizia sociale. Il Papa qui non fa sconti: bisogna “disarmare” l’intelligenza artificiale, per sottrarla alla logica della competizione militare, economica e cognitiva; per rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare; per sottrarla ai monopoli e impedirle di dominare l’umano. E poi, riecheggiando chiaramente quanto sta accadendo oggi su tanti fronti di guerra: ”Qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale”.
E non solo. Con le nuove tecnologie, oltretutto alla portata di milioni e milioni di persone, i rischi si ingigantiscono, possono destabilizzare il pianeta e la convivenza umana. C’è il pericolo di una progressiva deresponsabilizzazione delle persone, e, ci sono già terribili avvisaglie, con conseguenze nefaste sulla salute mentale e perfino sulla maturazione sentimentale degli adolescenti, e, in generale, un coinvolgimento dei più fragili, più indifesi, e quindi più esposti alle intrusioni manipolatorie di certi social media.
Leone XIV impegna perciò la Chiesa cattolica, richiamandola a un “esame di coscienza”, a scendere in campo, a schierarsi, a controllare gli sviluppi di questa svolta epocale, a combatterne le deviazioni, specialmente quelle a livello etico e anche religioso. Ma, fa capire il Papa, è una responsabilità che dev’essere collettiva, deve coinvolgere l’intero consorzio mondiale, a cominciare dagli uomini di scienza. Finiti i contrasti secolari, scienza e religione si trovano oggi ad affrontare insieme una prospettiva fortemente insidiosa, ossia le possibili devianze di una evoluzione tecnologica che metta in discussione non solo la dignità dell’uomo, ma il rapporto che l’uomo ha con sé stesso, con gli altri.
E, ugualmente minacciosa, la concentrazione di questo enorme potere nelle mani di pochi, dei soli Paesi ricchi. Ci sono nuove forme di schiavitù, di colonialismo. Fermo restando il diritto alla legittima difesa, occorre superare la teoria della “guerra giusta”. Non si può usare il nome di Dio per legittimare la guerra. E invece, vanno promosse la sussidiarietà, la corresponsabilità, la solidarietà.
Da qui, la necessità urgente di architettare un nuovo umanesimo, di rimettere l’essere umano e la sua dignità al centro della storia. Altrimenti, a lungo andare, c’è il pericolo che l’intelligenza artificiale diventi uno strumento “indispensabile”, o addirittura una “creatura autonoma”. E dunque, il pericolo che l’uomo diventi schiavo di questa “macchina”, e finisca per rinunciare alla sua vocazione, alla sua libertà, al suo pensare, al decidere di come vivere. Così, diventerà sempre più labile la linea di demarcazione tra ciò che è umano e ciò che è solo artificiale, solo un prodotto dell’uomo. Anche se, va detto, l’AI “può imitare e simulare l’uomo, ma non possiede coscienza morale, empatia, capacità affettiva, relazionale, spirituale”.
E allora? In conclusione, a riassumere tutto, resta la questione fondamentale con cui Leone XIV apre la sua enciclica. “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”.
(Gian Franco Svidercoschi)