La profezia di Tocqueville, espressa due secoli fa, che il mondo sarebbe stato diretto dalle due nazioni, americana e russa, che si stavano affacciando sulla scena internazionale, si è puntualmente verificata ma è ormai trascorsa.
La visita di Trump in Cina si è svolta con tutta l’enfasi e la pompa del caso, ma non ha fornito alcuna indicazione sulla futura strategia dei due interlocutori. Come prevedibile, si è trattato di un mero viaggio d’affari. La delegazione americana era stata significativamente imbottita dai giganti tecnocratici, mentre i Segretari di Stato agli esteri e alla difesa sono rimasti relegati ai margini.
Non è stato emesso alcun comunicato congiunto: alle espressioni teatralmente elogiative di Trump, Xi ha risposto auspicando un generico ‘partenariato’. Nulla è emerso sulla rispettiva valutazione delle situazioni ucraina e iraniana. La questione di Taiwan è stata prudentemente messa in sordina.
Alla fine della Guerra fredda con Mosca, anche Obama si era reso conto di dover rivolgere la propria attenzione all’Estremo oriente, dichiarandosi intenzionato a rivolgersi (pivot) verso la Cina, potenza prepotentemente emergente. A Pechino, l’America first di Trump è andata alla vana ricerca di interlocutori, che non riesce a suscitare in Ucraina, in Medioriente, in Iran. Scoprendo di non essere in grado di far valere, tanto meno di imporre, le proprie pretese.
Com’era prevedibile, l’incontro fra i due nuovi presunti ‘imperatori’ si è risolto nell’impostazione di accordi economici e finanziari, di precipuo interesse per l’attuale occupante della Casa Bianca, non nel nuovo rapporto strategico che interessa il resto del mondo.
In un mondo senza frontiere, privo di punti di riferimento stabili, lo stesso ‘Impero di mezzo’ si rende peraltro conto di dover uscire dal proprio millenario isolamento, trovare cioè una più precisa collocazione internazionale, adeguata all’attuale evolversi delle circostanze. Contribuendo ad assicurare una maggiore stabilità ai rapporti interstatali, a tutela dei suoi interessi economico-commerciali, piuttosto che nel perseguimento di una egemonia regionale.
Come la Russia, la Cina rifugge dalla contaminazione del mondo esterno, ma pretende un riassestamento dell’ordine internazionale vigente senza opporvi, a differenza della Russia, un presunto conflitto di civiltà. Consapevole di quanto la ricerca di un proprio spazio di influenza privilegiato non possa andare a scapito della stabilità dei rapporti internazionali, che Xi stesso ha dichiarato ‘essenziale’.
Attorno ad un Oceano sul quale si affacciano tanto la Cina quanto l’America, Pechino dovrà in altre parole calibrare più accuratamente il proprio atteggiamento nei confronti non soltanto dello schieramento occidentale comprendente Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, ma dei suoi altri vicini, indiani, indocinesi, indonesiani. Oltre che in materia di diritto di libera navigazione nel proprio mare meridionale, tema non diverso dallo stretto di Hormuz.
L’Oceano Pacifico è comunque destinato a diventare il crocevia della Storia futura, spodestando il Mare Mediterraneo nel ruolo di crogiuolo della Storia che ha svolto sinora.
Quanto meno prematuro appare comunque il rischio, sbandierato da Xi, che si inneschi la ‘trappola di Tucidide’, come accadde anche un secolo fa con l’emersione di una Germania unificata. Né è però prevedibile che fra Washington e Pechino si instauri un rapporto speciale, in sostituzione del duopolio russo-americano che ha segnato questo intero dopoguerra.
Un’eventualità rispetto alla quale l’Europa deve comunque evitare di trovarsi impreparata.