Alla caduta del Muro, con l’esaurimento del confronto fra Est e Ovest, l’Organizzazione delle Nazioni Unite riprese per un breve periodo a funzionare. Ai sensi degli scopi societari di ripristino di condizioni internazionali di pace e stabilità, vennero subito impostati degli interventi militari nei confronti di Stati palesemente disintegrati.
Affidati a ‘coalizioni di volenterosi’ piuttosto che al Consiglio di Sicurezza, sotto la cui supervisione furono comunque poste, tali operazioni di mantenimento, non di imposizione, della pace vennero dette ‘umanitarie’ in quanto rivolte a rimediare alle condizioni delle popolazioni interessate. Si trattò di iniziative ‘legittime’, conformi cioè allo spirito piuttosto che all’originaria lettera della Carta.
Diversamente da quanto accadde nel 1945, quando l’America recuperò la Germania, il Giappone e l’Italia alla comunità degli Stati, la loro efficacia si rivelò però deludente per la scarsa rispondenza degli Stati che avrebbero dovuto beneficiarne ed il (conseguente?) mancato impegno di Russia e Cina. Un ulteriore tentativo di consolidarne l’intento fu poi compiuto con l’evocazione di una ‘responsabilità di proteggere’ (le proprie popolazioni e la stabilità internazionale) a carico degli Stati membri. Un principio a sostegno di altre analoghe operazioni, esplicitamente invocato nella Risoluzione concernente l’intervento in Libia.
La spada di Damocle utilizzata da Trump in Venezuela e in Iran non può essere inclusa in tale evoluzione del diritto internazionale. Non tanto per lo scopo, che si vorrebbe moralmente giustificato nei confronti di un regime sanguinario, quanto per il disprezzo delle procedure stabilite dalle istituzioni internazionali e dalle stesse consultazioni interalleate che l’occupante della Casa Bianca dichiaratamente disprezza.
Apparentemente inconsapevole del fatto che a ‘far grande’ l’America è stato il sistema di alleanze costruito in questo dopoguerra, l’autoproclamatosi giustiziere erettosi a supremo mediatore è diventato parte in causa dell’attuale disordine mondiale. In un unilateralismo dalle motivazioni altalenanti, che si rivela non già aggregativo come pretenderebbe di essere, lesivo invece della necessaria convergenza internazionale. Nel frattempo le guerre, sempre più letali anche se mai decisive né determinanti, sono diventate ibride, asimmetriche, non soltanto militari.
Il che consente l’arbitrio di coloro che, come la Russia e ora persino l’America, pretenderebbero la revisione dall’ordinamento vigente, se non della Cina che si astiene dall’esporsi. Ad un’Europa rimasta finora inerte anche se non indifferente potrebbe pertanto spettare il compito di svolgere la funzione diplomatica disertata dagli altri. In Medioriente, dove contribuì utilmente all’accordo sul nucleare iraniano poi stracciato da Trump, quanto in Ucraina che Trump intende abbandonare alle sue cure senza peraltro adoperarsi per forzare le mura del Cremlino.
Ne va di mezzo la stessa Alleanza atlantica che, malmenata dal suo principale azionista, conserva la sua funzione di presidio politico più che militare della ricomposizione continentale, oltre che strumento necessario per affrontare altre situazioni critiche. Come avvenuto in passato, dalla Jugoslavia all’Afghanistan all’Irak, seppur con scarso esito anche per l’indisponibilità di una Russia impegnata nuovamente nel tentare di disconnettere le due sponde dell’Atlantico. E’ la consultazione interalleata, piuttosto che la sua consistenza militare, che andrebbe pertanto al più presto ripristinata.
Ai tempi di Bush padre, il suo consigliere Scowcroft sosteneva che “il mondo non può accettare la dominazione americana, ma senza la sua guida non si potrà conseguire un gran che”. Obama vi aggiunse il corollario che “l’Europa è la pietra angolare dell’impegno americano nel mondo”. L’umore a Washington è apparentemente cambiato. Indispensabile non è comunque più l’ostentazione della forza, quanto la dimostrazione della solidarietà politica.
Un’utile testimonianza in tal senso è emersa dalla riunione della Comunità Politica Europea appena svoltasi in Armenia, con la partecipazione della quarantina di Capi di Governo continentali (e canadese!).
Risalendo nei secoli, il persiano Saadi, sommo poeta sufi contemporaneo del nostro San Francesco, diceva che “la calamità è attribuibile al destino, ma è prudente prendere qualche precauzione per ostruire la porta alla quale si presenta”. Al che Don Chisciotte comunque chiosava che “le ferite inferte da strumenti che sono per caso nelle mani di una certa persona non disonorano chi viene colpito”.