L’ordinamento a brandelli

di 15 Aprile 2026

Storditi dall’affastellarsi di guerre permanenti, siamo diventati rassegnati spettatori, indifferenti al loro significato oltre che alle ripercussioni sul nostro stesso futuro. Ci limitiamo ad osservare, attoniti ma estranei.

L’avventurismo del Presidente americano sembra aver esonerato ogni altro attore, a Mosca, Pechino, Bruxelles. Determinando uno stallo della politica estera, della stessa funzione della diplomazia. 

La guerra in Iran è stata temporaneamente sospesa. La pausa dovrebbe servire a riordinare le idee, a ricomporre i brandelli di una perduta ragionevolezza. Ma l’avvio di un negoziato si è rivelato sterile, senza che ne emergesse un ridimensionamento delle rispettive posizioni, premessa necessaria per l’ennesima pace ‘giusta e durevole’. 

Come nei confronti dell’Ucraina e Gaza, l’auto-proclamato pacificatore-in-capo rimane invece irremovibile nel pretendere una resa senza condizioni, imperniata sull’abolizione di un arsenale nucleare che aveva dichiarato ‘obliterato’ con l’operazione militare del giugno di un anno fa. All’estremo opposto delle pretese dell’Iran, consistenti nell’arresto delle operazioni militari contro “tutte le componenti dell’Asse di Resistenza” (cioè Hezbollah, Hamas e Houti); il ritiro delle forze statunitensi dalla regione; il risarcimento dei danni di guerra; e l’abolizione delle sanzioni e relative Risoluzioni dell’ONU. 

Ulteriormente emarginato e risentito, l’Iran potrebbe risolversi ad una guerra di logoramento che prenda in ostaggio l’intera regione, impantanandovi l’America ed i paesi del Golfo, passati nell’orbita di Washington. Teheran è comunque tornato ad imporsi come necessario interlocutore regionale, mentre Trump, sollecitato da Netanyahu, ha riacceso la sua contrapposizione al Mondo arabo.

Mentre la Lega Araba rimane paralizzata dalla propria inconsistenza, incoraggiante era parso il sussulto del mondo islamico, con l’intermediazione di un Pakistan nucleare e sciita. Sostenuto da una Cina che, interessata anch’essa alla stabilità della regione, si era adoperata nel 2023 per normalizzare i rapporti fra Teheran e Riad. La Russia, dal canto suo, approfitta della distrazione americana per proseguire nella sua aggressione all’Ucraina. 

Ancora una volta, come in Ucraina e in Palestina, l’intera comunità internazionale è pertanto chiamata nel tentativo di districare la matassa di fili che l’iniziativa israelo-americana ha invece ulteriormente ingarbugliato. Anche in questa occasione, l’Italia ha opportunamente ma inutilmente invocato il coinvolgimento dell’ONU, un’eventualità alla quale Russia e Cina continuano ad opporre il loro veto.

Lo scopo iniziale di un ‘cambio di regime’, a beneficio di quella stessa popolazione, potrebbe peraltro dirsi paradossalmente conseguito nella misura in cui quelle forze armate e i ‘pasdaran’ prendessero il sopravvento su una teocrazia oscurantiste, asserragliatasi da decenni in una conflittualità permanente. Nel far prevalere l’interesse nazionale, anche di ordine economico, sull’esaltazione religiosa, consentendo all’Iran di liberarsi dall’ostracismo in cui è stato confinato dall’avvento di Khomeini.

I nodi essenziali da sciogliere sono, non l’ambizione nucleare che l’accordo del 2015 stracciato da Trump aveva contenuto, bensì da un lato l’eliminazione delle formazioni terroriste sostenute dall’Iran in Libano, a Gaza e nello Yemen, invise ormai agli stessi Stati arabi; e, dall’altro, il ristabilimento della libertà di navigazione nel Golfo che ‘persico’ è soltanto di nome, nell’interesse degli altri paesi rivieraschi; nella distinzione dal regime del Canale di Suez e nel parallelismo con il lontano Mar Cinese Meridionale.

Con il ritorno all’uso della forza come unico movente della Storia, affidandosi ad uno sconsiderato avventurismo, Trump e Netanyahu hanno però gravemente danneggiato la dignità e la credibilità politica delle loro nazioni. 

Un’occasione, forse, per l’Unione europea di farsi utilmente avanti nei vari scenari internazionali. Specie ora che l’esito dell’elezione in Ungheria ha rimosso un grave ostacolo al suo operato. Sempre che Trump si persuada di non poter fare a meno delle alleanze, istituzionali o di fatto, delle quali l’America si è avvalsa nell’intero dopoguerra, che oggi esplicitamente rinnega pur invocandone l’assistenza. Vulnerando dichiaratamente persino il processo di integrazione europea.

Fallita appare l’ennesima guerra per ‘por fine a tutte le guerre’. Le guerre, dovrebbe ormai essere chiaro, non sono più risolutive. Il potere non può consistere nella forza bruta, bensì nella capacità di aggregare il consenso. Di quale vittoria potrà mai vantarsi chi non ha chiarito le ragioni del suo comportamento? Affidandosi ad un’irruenza che non ha risparmiato nemmeno il Pontefice!

La cui denuncia del “delirio di onnipotenza” ha suscitato l’irritata reazione di chi non sa più… a che Santo votarsi! 

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