La politica delle cannoniere ha costellato l’espansione dell’America nel mondo.
Dai tempi del bombardamento di Tripoli disposto nel 1804 dal Presidente Jefferson per liberare il Mediterraneo dalle scorribande dei pirati (un’impresa che risuona ancora oggi nell’inno dei Marines), e dell’Ammiraglio Perry che nel 1853 costrinse il Giappone ad aprirsi al mondo esterno. Smentendo il mito dell’isolazionismo alla Monroe, se non quello del suo unilateralismo.
Diversamente dai Quattordici punti di Wilson a Versailles, i quindici disposti da Trump per porre fine all’aggressione all’Iran, al pari di quelli elencati per il Medioriente e l’Ucraina, altro non sono però che una lista della spesa per un menù di scarso gradimento per l’interlocutore. Ne risulta la nebulosità di una strategia alla quale gli altri attori regionali, gli alleati europei, o gli autocrati russi e cinesi, possano collegarsi.
Come tutte in le guerre asimmetriche, vince chi non perde. Teheran non può rassegnarsi ad un mero cessate il fuoco che ne confermerebbe l’isolamento, puntando apparentemente su un prolungamento delle ostilità che finisca coll’indurre Israele e i paesi arabi del Golfo a riassorbirlo nelle equazioni mediorientali. Sempre che rinunci al sostegno dei gruppi terroristi regionali, in cambio dell’abolizione delle sanzioni.
Un esito diplomatico alquanto complesso, che richiederebbe anche la ricomposizione di un rapporto transatlantico gravemente danneggiato. Dal quale Trump non potrà recedere, come minaccia di fare, giacché il Trattato di Washington può essere rescisso soltanto dal Senato, che lo approvò nel lontano 1949.
Palesemente disorientato, l’occupante della Casa Bianca riversa ora sugli europei la responsabilità di rimediare ai danni provocati dalla sua sconsiderata iniziativa. Un implicito riconoscimento della persistente utilità del rapporto strategico interalleato, che l’Unione europea potrebbe invocare per ristabilirne l’indispensabilità. Nel Medioriente come in Ucraina. L’appena svoltasi riunione fra Ministri degli Esteri del G7 ha per ora palesato la diffusa irritazione nei confronti di Washington.
Un separato comunicato dei tre europei ‘di punta’ ha peraltro evidenziato le incertezze nelle quali continua a dibattersi la politica italiana. Ciò che pare aver suscitato un sussulto d’orgoglio sull’utilizzo delle basi militari sul nostro territorio. Una questione che andrebbe più precisamente motivata. Come nel caso della Spagna e della Francia, non si tratta infatti di un diniego dovuto ad un soprassalto sovranista.
L’accordo bilaterale vigente in proposito (detto SOFA, Status of Forces Agreement) prescrive infatti che le basi italiane messe a disposizione della NATO (non, come si ha tendenza a dire, americane) vadano utilizzate per operazioni debitamente condivise o comunicate e consentite caso per caso (ricordiamoci della ‘Achille Lauro’). Non può pertanto sorprendere che la mancata preventiva consultazione interalleata sull’operazione in Iran non ne consenta l’utilizzo.
Non ce l’hanno chiesto, dicemmo qualche settimana fa; non le concederemo, abbiamo ora precisato. Un comportamento ondeggiante e mal argomentato nei confronti della stessa opinione pubblica nazionale, che fatica ad individuare la fisionomia, e l’incedere internazionale del Governo. L’esito dell’ennesimo referendum su tutt’altra questione può esserne stato influenzato.
Proprio sui temi di politica estera, Forza Italia dà ora segni di volersi distinguere dall’eterogenea coalizione governativa.