REPETITA

di 23 Marzo 2026

La decapitazione dell’intero vertice della dirigenza iraniana, scopo dichiarato dell’intervento israelo-americano, ne ha paradossalmente reso ancor meno prevedibile l’esito. 

L’uccisone di Larijani, in particolare, ha eliminato l’unica persona in grado di collegare i due pilastri, religioso e militare, di quel regime. Lasciando quella popolazione in balia della presumibile conseguente anarchia. 

Più di quella in Ucraina, l’azione militare in Iran sta quindi sollevando una ridda di perplessità, non soltanto sulla sua legalità, ma sulla sua stessa utilità. Indiscutibile è che il diritto internazionale sia stato violato. Preoccupante è semmai la generale rassegnazione al corso degli eventi e l’inesistente via d’uscita.

Dovremmo tener presente che dall’avvento di Khomeini, osteggiato prima dall’Irak e poi dall’Arabia Saudita, l’Iran, non arabo e sciita, tenta di affermarsi come indispensabile interlocutore regionale. Collocatosi a tal fine a capo del ‘fronte del rifiuto’ ad Israele, rispetto ad un Mondo arabo disinteressatosi della questione palestinese, Teheran si presenta però ormai come una minaccia all’intera stabilità regionale.

Per l’Israele di Netanyahu, si tratta di eliminare il dante causa delle fazioni terroriste Hezbollah, Hamas e Houti. Trump invece, specie dopo averne dichiaratamente ‘obliterato’ nel giugno scorso la capacità nucleare, non può invocare il pericolo di un imminente attacco missilistico all’America.

Che il tutto sia stato poi deciso in assenza di una qualsiasi consultazione con gli europei non può che ledere i rapporti transatlantici. Per non dire dell’Alleanza di cui fa parte anche una Turchia il cui Presidente, in competizione Teheran, si rivolge a Dio perché distrugga Israele!

La brutale repressione dell’ennesima sollevazione popolare ha suscitato l’indignazione del mondo intero (con la solita eccezione di Russia e Cina). Ma l’esperienza dei passati interventi in Libia, in Irak, in Afghanistan, ha dimostrato l’improponibilità dei tentativi di ‘esportare la democrazia’. Dovendosi invece operare, non per isolare, ma per riassorbire quella nazione nell’ambito del ‘Grande Medioriente’. Proponendogli delle vie d’uscita dal suo isolamento.

E’ alla comunità internazionale nel suo complesso che tale risultato andrebbe affidato, ai sensi delle prescrizioni della Carta dell’ONU. Tenendo in particolare presente che, nell’attuale sua impossibilità di provvedere in merito, nel 2005 le Nazioni Unite hanno riversato sugli Stati membri la ‘responsabilità di proteggere’, non soltanto le proprie popolazioni ma la stessa stabilità delle situazioni regionali. 

Non diversamente andrebbe trattata la situazione di stallo in Ucraina, di cui è responsabile un altro membro permanente del Consiglio di Sicurezza..

Due crisi radicalmente diverse, da affrontare con il medesimo unico strumento disponibile.

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