Si va dicendo, rassegnati, che il diritto internazionale non esiste più. Confondendo causa e conseguenze. Il fatto è piuttosto che la diplomazia, unico strumento in grado di rimetterlo in sesto, è deliberatamente accantonata, mortificata da quanti ritengono di poter affermare altrimenti le loro ragioni.
Grave è che anche l’America se ne sia dissociata, agendo unilateralmente, denigrando gli alleati europei e le istituzioni internazionali; legittimando implicitamente il comportamento di altri che intendono sbarazzarsi da ogni regola. Da quelle norme registrate nella Carta dell’ONU, che si sperava riattivata dopo la caduta del Muro, e nell’Atto Finale di Helsinki, che Brezhnev aveva firmato e Gorbaciov fatto proprio.
La scena è oggi occupata da attori refrattari a qualsiasi trama condivisa; dei quali non si distinguono nemmeno le parti rivestite. Putin si presenta quale irriducibile aggressore, privo di scrupoli; Trump ostenta un improvvisato avventurismo, trapunto di affarismo; Netanyahu rimane aggrappato a predominanti ragioni di sicurezza; con loro, è stato ora chiamato alla ribalta anche il sanguinario regime teocratico iraniano.
L’Europa appare inesorabilmente passiva, succube delle iniziative del suo antico alleato finito in preda ai suoi due interlocutori di dichiarato riferimento, israeliano e russo. Dai quali, in definitiva, dipenderanno gli sviluppi nel loro immediato vicinato.
La ‘pax americana’, imperniata per decenni sulla combinazione fra le due componenti, rispettivamente hard e soft, del rapporto transatlantico, è oggi afflitta dal ‘disaccoppiamento’ che Mosca ha perseguito durante l’intera Guerra fredda. Rimasta unica depositaria della funzione normativa propria all’Occidente, l’Europa si rende finalmente conto di doversi dotare della credibilità politica indispensabile per riproporsi al proscenio.
Un impegno che avrebbe dovuto affrontare da quando Obama, fidando nel normalizzarsi della situazione in Europa e nel Mondo arabo, si disse intenzionato a trasferire (pivot) l’attenzione verso l’Estremo Oriente. Una torsione degli equilibri mondiali che Trump intende oggi affrontare in modo radicalmente diverso.
L’Europa rischia di rimanere al palo: in un mondo di cui Marte si è impossessato, le attrattive di Venere hanno, almeno per il momento, scarse possibilità di imporsi. Non se ne deve però dedurre che l’ONU è pateticamente esaurita, e che l’Unione europea è patologicamente imbelle. Mentre è invece proprio da loro che si deve ripartire. Nel generale interesse, è soltanto l’Europa che può e deve dedicarvisi con maggior decisione.
Nella causa in corso di divorzio o quanto meno di separazione in casa transatlantica, in attesa che l’America possa liberarsi da uno stravagante, inconcludente demagogo, gli stessi vertici dell’UE (e della NATO) continueranno a vezzeggiarlo nell’intento di contenerne le intemperanze, inducendolo ad agire quanto meno perché cessi lo spargimento di sangue.
Emarginata dalla ‘grande politica’, la diplomazia dovrebbe semmai dedicarsi a coinvolgere i ‘paesi di mezzo’, dall’India al Brasile, che non possono continuare a rifugiarsi nel ‘non allineamento’, per ottenere invece una loro specifica collocazione nella ricomposizione del sistema internazionale multilaterale.
Ricordando che fu Havel, da Praga, ad evocare il ‘potere dei senza potere’. Con quel che, nel nostro continente, ne è risultato.
Il diritto internazionale, si sa, è consuetudinario. E le consuetudini di fanno cammin facendo … purché non si smarrisca la strada.