Il ‘Board of peace’ inventato da Trump avrebbe il compito di dedicarsi soltanto a Gaza, non dell’insieme della situazione israelo-palestinese, tanto meno delle altre situazioni di crisi. Ma risponde palesemente allo scopo di consacrarne l’artefice come supremo arbitro dei rapporti internazionali. Come evidenziato dagli stessi aspetti assai strampalati, tipicamente trumpiani, della riunione inaugurale.
A detta del nostro Governo, la Risoluzione n. 2803 ci avrebbe consentito di parteciparvi come osservatore (necessariamente governativo, pur senza diritto di voto?), aggirando il richiamo del nostro Presidente all’Art.11 della nostra Costituzione.
Nell’approvare il Piano di pace complessivo scadenzato da Trump, la Risoluzione ONU n.2803 si limitava ad “accogliere con favore il Board of Peace, quale amministrazione transitoria dotata di personalità giuridica internazionale che stabilirà la cornice e coordinerà il finanziamento per la ricostruzione di Gaza, ai sensi del Piano globale e in conformità del diritto internazionale” [il corsivo è mio].
Una formulazione prudente nell’attribuire al Board una funzione sussidiaria rispetto al processo politico mediorientale, che Trump ha però decretato “impossibile da risolvere nell’ambito delle strutture delle Nazioni Unite”; dalle quali (come Putin) si è più volte vantato di non ritenersi vincolato. Pertanto le esautora, impossessandosi della direzione dell’organismo che ha fondato, e che -dice arrogantemente- “avrà il compito di vigilare sull’operato dell’ONU, per assicurare che funzioni correttamente” (!).
Sempre più evidente è che proprio nel loro ambito andrebbe invece ricondotta la gestione delle crisi ucraina e mediorientale, destinate altrimenti a rimanere ambedue impantanate in una situazione di stallo.
In Ucraina, fidando nella disunione dell’UE e nell’erosione del rapporto transatlantico che Trump gli sta concedendo, Putin rimane refrattario ad ogni soluzione negoziata, puntando invece sulla prosecuzione di un conflitto che renda l’Ucraina l’ennesimo Stato ‘fallito’. Il consolidamento dello schieramento europeo con l’importante aggiunta del Regno Unito, appena registrato alla Conferenza svoltasi a Monaco, non può infatti bastare ad indurlo a più miti consigli.
In Medioriente, l’accondiscendenza di Trump (con la rassegnazione dei paesi arabi) all’emarginazione dell’Autorità palestinese dal futuro di Gaza e della Cisgiordania, paralizzano ogni prospettiva di sistemazione regionale. Altrettanto dicasi della sua determinazione nel continuare ad antagonizzare l’Iran.
Un atteggiamento, quello dell’auto-candidato al Premio Nobel, sostanzialmente eversivo del vigente sistema internazionale. Mentre il Ministro degli Esteri di un paese come il nostro, da sempre convinto sostenitore delle Nazioni Unite, ha assistito alla fondazione del Board affermando trattarsi della “unica proposta politica concreta per costruire la pace in Medioriente … il solo luogo dove si tratta del Medioriente”(!).
Il fatto stesso che ci sia voluta un’autorizzazione parlamentare significa che non si è trattato di normale amministrazione. Quanto di una acritica adesione ad un progetto dagli evidenti contorni ‘affaristici’.
Che non ci rende influenti a Washington, ma ci dissocia dall’Europa.