Sempre difficile è stato spiegare l’Italia all’estero; più che ingrato, il compito sta diventando imbarazzante. Specie nel momento in cui l’Europa sta rimettendosi in movimento.
Che il rapporto con la Germania sia indispensabile, non è una novità. Ma che la nostra Primo Ministro, incensata in coro dai mezzi di informazione, si sia vantata di aver stabilito un ‘asse’ (omen nomen!) con la Germania, scalzandone la Francia, è stata una risibile vanteria.
Poco apprezzato è poi stato che abbia convocato un ‘prevertice’ dalla composizione ristretta per stabilire l’orientamento di un ‘ritiro’ europeo dallo scopo consultivo. Durante il quale Merz e Macron si sono presentati quali ‘amici come prima’, ritrovandosi sulla medesima lunghezza d’onda anche durante l’annuale Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera. Disertata dal nostro Capo di governo per recarsi ad un Vertice italo-africano, dove ha sbandierato l’ancor fantomatico ‘Piano Mattei’.
Un comportamento ondivago, che denota lo stato confusionale in cui si muove la nostra coalizione di governo, nel momento in cui l’immagine e conseguente credibilità internazionale dell’Europa si vanno ricomponendo. Nel consolidamento della triade fra Francia, Germania e Regno Unito che, a Monaco, si è espressa senza mezzi termini nei confronti tanto della Russia quanto dell’America.
Ciò che potrebbe aver indotto Washington ad affidare al titolare di quella diplomazia il compito di mitigare l’irruenza del suo Presidente e Vice Presidente (improprio è ipotizzare una sua deliberata dissociazione). Nel ricollocare retoricamente l’America nell’alveo del rapporto transatlantico, definito essenziale per la stessa America, Rubio ha evocato il comune patrimonio politico, storico e culturale, attribuendolo anche a Dante, Colombo, Michelangelo, Leonardo, e rivelando le sue origini piemontesi piuttosto che quelle cubane. Senza però esporsi sulla crisi ucraina o quella mediorientale, nell’enfatizzare la sola questione immigratoria.
Flebili ammissioni, subito contraddette dalle visite in Cechia e Ungheria, che non possono comunque esentare l’Europa dal dotarsi di una più chiara ‘autonomia strategica’, sostenuta da una consistente capacità di difesa e di dissuasione. Il Cancelliere tedesco ha rivelato l’intenzione di dotarsi del “esercito convenzionale più forte d’Europa”. Il Presidente francese ha ribadito l’intenzione di “coordinare” il proprio deterrente nucleare in ambito europeo. Il Premier britannico, voltando le spalle al ‘rapporto speciale’ con Washington e alla Brexit, ha affermato “non esservi sicurezza britannica senza l’Europa, né sicurezza europea senza la Gran Bretagna”.
L’America dispone degli anticorpi per eliminare le tossine dell’era Trump, ha voluto assicurare il candidato presidenziale democratico in pectore, Governatore della California. Da
considerare quali conseguenza piuttosto che causa del disfacimento dell’ordinamento internazionale.
Il quale andrà pertanto ricostruito con il contributo determinante di un’Europa rigenerata. Con il sostegno di opinioni pubbliche da risvegliare dal sonno indotto dai decenni di protezione americana. Come nell’immediato dopoguerra, è pertanto nuovamente indispensabile resuscitare la consapevolezza delle comuni esigenze esistenziali. Una narrativa alla quale l’Italia non è apparentemente in grado di fornire il proprio contributo.
Continuando invece ad affidarsi all’equidistanza (detta ‘equivicinanza’) fra le parti contrapposte, in un equilibrismo fra Washington e Mosca che non ha più alcuna pratica utilità. Una nazione, la nostra, che nella politica estera ha storicamente trovato il ‘fattore federatore’ esterno giacché, a differenza di altri, continua a non disporre di un proprio interesse nazionale precisamente definito.
Continuando a far affidamento sull’astratta solidarietà altrui, si limita ad assistere “come osservatore” alle iniziative di chiunque ritiene di poter muovere la ruota della Storia.