Si direbbe che stia scomparendo non soltanto l’ordine mondiale come l’abbiamo conosciuto, ma la stessa nostra consapevolezza di come dovrebbe tornare ad essere.
Indifferenti come siamo diventati al nostro destino, ci siamo rassegnati ad affidarne la conduzione a Trump. Accusiamo persino Zelenski di non accettare l’inevitabile e imputiamo alla Von der Leyen di non riuscire a decidere in nostra vece.
Nel ricevere l’ennesimo riconoscimento accademico, Draghi si è però premurato di affermare che “l’ordine globale, ormai defunto, non è fallito: la minaccia viene da ciò che potrebbe sostituirlo”. Concordando in proposito con il Premier canadese, parimenti aggredito dalle intemperanze di Trump.
Dalle sollecitazioni di ordine economico (“siamo un grande mercato soggetto alle priorità altrui”), l’autore di un Rapporto che continua a pungolare l’Unione europea ha alzato lo sguardo sulle urgenze di rilevanza politica e strategica. Invitando ad “andare avanti, anche se la strada non sarà diritta”.
“L’unità -ha sostenuto- non precede l’azione, ma si forgia prendendo le decisioni importanti” in un “federalismo pragmatico”, consistente nel “costruire convergenze concrete mediante coalizioni di volenterosi su progetti o settori specifici, al difuori dei meccanismi più lenti del processo decisionale europeo”.
Mezzo secolo fa, anche Roberto Ducci che “la potenza non consiste tanto nel volume delle proprie risorse, quanto nella capacità di volgerle ad uno scopo senza incertezze, perplessità, reticenze, tergiversazioni”.
I Ventisette sono nuovamente esortati a riconoscere che l’Unione, non potendo rivaleggiare con i nuovi mastodonti di questa terra, invece che riformata andrebbe destrutturata, emancipandosi da ogni ossessione istituzionale.
Nella distinzione fra la sua funzione economico-sociale, necessariamente unica, e quella politico-strategica, da modulare invece a seconda delle specifiche esigenze internazionali. Una configurazione già altrimenti manifestatasi: Svezia e Finlandia hanno rinunciato alla loro neutralità; il Regno Unito e la Norvegia si dimostrano, dall’esterno, fra i più decisi a sostenerne l’impegno; e, dopo anni di contrarietà ad un’Europa della difesa, la Danimarca (sollecitata dalla questione groenlandese) è tornata all’ovile.
Le condizioni sembrano quindi oggi riunite perché l’Europa possa distinguersi, senza distaccarsi, dagli Stati Uniti attualmente in preda ad uno straziante esame di coscienza. Tanto più che la coesione transatlantica, e lo stesso art.5, hanno apparentemente perso la loro originaria funzione dissuasiva.
Velleitario, inconcludente, si dimostra d’altronde il compito riservato da Trump alla coppia di improvvisati negoziatori tuttofare, finiti in una generalizzata situazione di stallo, dall’Ucraina alla Palestina all’Iran, dalla quale è illusorio estrarre un qualsiasi filo d’Arianna.
Una situazione alquanto ingarbugliata, che richiederebbe una più accurata combinazione fra lo hard power americano e quello geneticamente soft dell’UE. Sempre che la ‘squadra’ europea dimostri la necessaria determinazione.
Nella generale confusione, l’eterogenea coalizione governativa italiana cerca invece riparo in generiche, inconcludenti precisazioni, che ci relegano ai margini della politica internazionale. Apparentemente appagati dall’elogio dalla generalità degli osservatori stranieri per la ‘stabilità’ del nostro governo italiano tenuto assieme dall’ambiguità delle sue prese di posizione.
Del seguente tenore: “un dialogo rispettoso è sempre una buona cosa” (qualche anno fa, un Presidente francese sosteneva invece che il dialogo debba essere “esigente”); in Ucraina, “l’opzione di un intervento della forza multinazionale richiede l’ombrello delle Nazioni Unite” (una condizione preclusa dal veto russo); con il Giappone, “condividiamo la responsabilità di contribuire al futuro ordine internazionale” (omettendosi di specificare quale); persino, nell’Artico, “l’Italia svilupperà una sua strategia specifica” (?!; nulla sul Medioriente, spina nel fianco del Mediterraneo?).
Del prolungato incontro con il Vice Presidente americano in occasione dell’apertura dei Giochi invernali, è stato genericamente detto che si è parlato dell’Iran e, più cripticamente, di ‘terre rare’ (e l’Ucraina, e il Medioriente?). Sfiorata la questione della partecipazione italiana al ‘Gruppo per la pace in Palestina’, al quale potremmo assistere come ‘osservatori’.
La solita nostra ‘politica del sedere’ (ai tavoli internazionali), senza avervi un gran che da dire.
Partecipare. Ma lo spirito olimpico non può più bastare.