La fine della Storia?

di 27 Gennaio 2026

Si va dicendo oggi che il mondo va a rotoli, perché l’ONU non sa che fare; tanto meno l’Unione europea. Come se quegli strumenti, messi a disposizione degli Stati per tracciare un percorso condiviso, disponessero di un pilota automatico. 

Si sostiene che il sistema internazionale postbellico va riformato, per tener conto della sopravvenuta diversa situazione mondiale. Una distorsione dell’evoluzione storica che, complice l’atteggiamento di Trump, finisce col giustificare l’opposizione di Putin a quel che imputa di rappresentare un’imposizione occidentale. 

Che l’ONU non funzioni a dovere è dovuto al fatto che non è stata messa in condizioni di farlo, se non nelle sporadiche occasioni dell’intervento in Libia nel 2011 e dell’accordo nucleare con l’Iran nel 2015, atti isolati i cui risultati non hanno retto nel tempo. Oltre alla Russia, che ne ripudia apertamente le prescrizioni, l’America la considera inutilmente dispersiva, la Cina opera nei suoi interstizi, mentre Gran Bretagna e Francia non dispongono di un comune vessillo europeo.

Né si può invocare l’affermazione di Fukuyama, al momento della caduta del Muro, che la Storia fosse “finita”. Non poteva ovviamente riferirsi che alla Guerra fredda, iniziata quando Stalin, arrivato a Berlino, decise di non attenersi agli accordi interalleati di Yalta.

Con i quali Roosevelt, contro il parere di Churchill, si propose di corresponsabilizzare la Russia, assieme al Regno Unito, alla Francia, persino ad una Cina estratta dal suo millenario isolamento, nella ricomposizione dell’ordinamento continentale e internazionale. La Guerra fredda ne paralizzò per decenni il funzionamento; la caduta del Muro parve consentirne la rivitalizzazione. Un’illusione rivelatasi di breve durata.

È a tale casella di partenza che converrebbe pertanto tornare, invece di rassegnarci ad accettare l’esistente, in un ritorno all’antico, sempre precario, equilibrio di potenze. Ai fini essenzialmente normativi che le attuali circostanze internazionali richiedono, è al ristabilimento dei meccanismi impostati a San Francisco che appare pertanto indispensabile ricorrere. 

Non è ad una riforma dell’esistente, bensì ad un ritorno alle origini che dovrebbe essere affidato il ristabilimento, se non di valori, quanto meno di comportamenti condivisi e convergenti.

Se il sistema delle Nazioni Unite non può costituire uno strumento di governo mondiale, ne va comunque preservato il ruolo di contesto in cui le nazioni ‘intermedie’, dall’India al Brasile, dall’Australia all’Indonesia, oltre alla stessa Europa, potranno continuare a far valere le loro esigenze e aspirazioni.

Non saranno nuove istituzioni, nuove coalizioni, tanto meno alleanze, a restituire ai rapporti internazionali le necessarie condizioni di stabilità e prevedibilità. Non un multilateralismo fai-da-te, del tipo ‘Consiglio della pace’ messo assieme da Trump, dalla composizione eterogenea e dall’agenda indefinita, per la maggior gloria di un Presidente che si dichiara taumaturgo.

Se l’Occidente è destinato a non essere più ‘sigillato’ dall’America, è all’Europa piuttosto che all’America che pare ormai affidato il compito di preservarne la forza di gravità. L’America stessa si renderà presto conto di quanto, per rimanere ‘grande’, ha ancora e sempre bisogno dell’Europa. 

Nel frattempo, mentre attende che Mosca e Washington le riconoscano un ruolo determinante nella questione ucraina di suo più diretto interesse, l’Europa ha concluso due accordi commerciali di libero scambio con l’America Latine e l’India.

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