L’esaurimento della NATO?

di 22 Gennaio 2026

Dopo la Grande guerra di un secolo fa, Oswald Spengler lamentò il “tramonto dell’Occidente”. Paul Valéry si limitò a dire che “la nostra civiltà ormai sa di essere mortale”.
A Davos, Trump si è lanciato nel suo solito torrenziale sproloquio, rivolto alla propria opinione pubblica (e a sé stesso) piuttosto che alla platea mondiale che lo attendeva al varco. Ha ridimensionato la polemica sulla Groenlandia senza peraltro disinnescarla, accennato appena alla situazione in Ucraina, esaltato l’uso della forza militare in Medio Oriente, senza risparmiarsi le offensive bordate agli alleati.

Priva della protesi americana che l’ha sorretta in questo dopoguerra, l’Europa scopre improvvisamente di dover far da sé. Creata in tempo di pace in conseguenza della defezione di Stalin dall’alleanza messa assieme durante la guerra, la NATO è sempre stata afflitta dall’asimmetria geografica e funzionale fra le due sponde dell’Atlantico. Nel 1965, Kissinger stesso la definì “partenariato inquieto” (troubled partnership), ipotizzando l’istituzione di un “duplice pilastro”. La crisi petrolifera mandò a monte tutto quanto.

La questione di una più equilibrata ripartizione dei costi (burdensharing), nonché quella di esaltare la rilevanza politica al rapporto transatlantico, si sono quindi ricorrentemente riproposte con scarsi risultati, consentendo all’Unione europea di procrastinare sine die la propria integrazione politica.

Alla caduta del Muro, la NATO ritenne di aver esaurito l’originaria sua funzione di strumento militare, pur mantenendo quella di colonna vertebrale di un rapporto transatlantico rivolto alla stabilizzazione nella fase di transizione internazionale. Andò, si disse, “fuori area”, con compiti logistici in una serie di “operazioni di pace” oltre il territorio degli Stati membri, nei Balcani, in Iraq, persino in Afghanistan.
Una metamorfosi corrispondente all’intenzione americana, risalente ad Obama, di trasferire (pivot) l’attenzione da un’Europa che si considerò pacificata, all’Asia.

L’originaria funzione politica dell’Alleanza atlantica ha comunque trovato rinnovata espressione nell’allargamento agli Stati già tributari di Mosca, persino a Finlandia e Svezia. Con il riversarsi di maggiori responsabilità a carico degli europei, specie nei confronti di una Russia ridimensionata e dolorante. E le conseguenze che sappiamo.

Quel che potevamo però ancor meno prevedere è che, al mancato riassorbimento del fronte orientale, se ne aprisse un altro ad occidente, ad opera del nostro alleato di riferimento di questo intero dopoguerra: in Groenlandia! L’erraticità del Presidente americano è diventata il più rilevante fattore di instabilità per l’intero ordinamento internazionale. Le sue ondivaghe, indecifrabili, dichiarazioni legittimano se non altro l’atteggiamento di Putin sull’Ucraina e quello di Netanyahu sulla Palestina.

Che Trump stia malmenando i suoi alleati, piuttosto che Mosca, Tel Aviv (o Pechino), fa sì che in Ucraina Putin rifiuti di vedersela con la “coalizione di volontari” riunita da Francia, Germania e Gran Bretagna; e che in Medio Oriente un “Consiglio della pace” sotto la sua personale direzione esautori la funzione delle Nazioni Unite, assolvendo le specifiche responsabilità dei più diretti interessati. Dimostrando quanto il rapporto transatlantico rimanga essenziale per la conduzione dei rapporti internazionali.

È tale insieme di imprevedibili ripercussioni, non già l’inconsistenza imputata ad un attore la cui genesi è consistita proprio nella rinuncia alla forza, che impedisce all’Europa di emergere compiutamente.

Per il momento, l’unica speranza è che, sconvolto dall’incubo trumpiano, l’intero sistema internazionale, invece di disintegrarsi, rimanga interdetto sul da farsi, in attesa di un assestamento delle posizioni dei suoi principali attori.

Un compito al quale anche l’Europa, riprendendo il proprio cammino integrativo, può e deve dedicarsi.

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