L’inutile folgore

di 20 Gennaio 2026

Il mondo si dimostra ben più complicato di quanto Trump, nel suo continuo logorroico vaniloquio, vorrebbe farlo diventare. L’ostentato ritorno dello hard power si dimostra non soltanto poco determinante, ma persino insufficiente a risvegliare la coscienza dell’umanità. 

Nella conseguente confusione di avvenimenti che vanno accumulandosi alla rinfusa, constatiamo invece quanto chiodo schiaccia chiodo. Il ‘gran pacificatore’ è intervenuto militarmente nel cortile di casa americano, senza curarsi di impostarne i necessari seguiti. In Palestina, il suo fiduciario ‘gran risolutore’ ha decretato l’istituzione del ‘Consiglio della pace’, sostitutivo di quanto dovrebbe semmai spettare alle Nazioni Unite, senza precisarne l’agenda. Priva dell’indispensabile premessa negoziale di un cessate-il-fuoco, categoricamente esclusa da Mosca, l’Ucraina è passata in secondo piano. 

In Iran, infine, l’ennesima imponente sollevazione popolare ha risollevato gli interrogativi sull’ammissibilità di interventi cosiddetti ‘umanitari’. Inducendo persino Trump a recedere dal dar seguito ai suoi soliti intransigenti ammonimenti. Scoprendo però di non potersi astrarre da avvenimenti che, pur estranei al continente americano, rischiano di ledere la credibilità politica che vorrebbe diversamente affermare. 

Così come nel caso della Russia di Putin, dell’Israele di Netanyahu, l’Iran degli ayatollah ha compiuto una discesa agli inferi dal quale non può più estrarsi da sé. In Iran come in Ucraina, come in Palestina e Venezuela, è collettivamente che vanno poste quanto meno le premesse di una fase transizione. Dovendosi ristabilire le comuni regole di comportamento, gli ‘stabilizzatori automatici’ fissati dalla Carta delle Nazioni Unite che, dopo la lunga stagione della Guerra fredda, faticano ad imporsi.

 Il disfacimento del sistema internazionale non ne rappresenta, come si va dicendo, la causa bensì la conseguenza. Clamorosa è l’assenza di ogni elemento di intermediazione necessario a colmare il fossato fra le parti, lasciate finora a sé stesse. Un impegno ben più articolato del mero confronto fra forze contrapposte che i grandi di questa terra vorrebbero restaurare.

 L’indignato ostracismo nel quale si rifugia l’inazione della comunità internazionale non può bastare, che semmai irrigidisce le parti in causa. In tal senso, lo stesso Iran va considerato come uno dei tanti lembi lacerati della tela dei rapporti internazionali. Quel regime teocratico sciita, liberatosi della dinastia pahlavi, emerso dolorante da otto anni di guerra con l’Irak, dovette trovare una propria diversa collocazione nel ‘grande medioriente’, rispetto al sunnismo regionalmente predominante. 

Lo stesso suo programma nucleare parve rivolto a presentarlo come protettore supremo, per quanto esterno, di un mondo arabo dimostratosi perennemente disunito. Donde anche il suo sostegno al ‘fronte del rifiuto’ dell’Hezbollah siriano e persino di un Hamas palestinese abbandonato dai fratelli sunniti. Non altrimenti si può comprendere l’ostentato antisemitismo di Teheran che, dai tempi di Ciro il grande, non trova alcun appiglio nella sua storia. Gli ‘accordi di Abramo’, il ‘Sette ottobre’ che ne è risultato e la reazione israeliana hanno oggi radicalmente i termini dell’eterna questione mediorientale. 

Al pari di altri attori refrattari alle comuni regole di comportamento internazionali, piuttosto che ostracizzarlo, l’Iran andrebbe pertanto oggi corresponsabilizzato, riconducendolo nelle equazioni regionali, dalle quali la prima versione trumpiana, stracciando l’accordo nucleare del 2015, lo ha invece escluso. Una grave responsabilità oggi dimenticata, che andrebbe ora invertita. Coinvolgendovi anche Israele e gli Stati arabi, nell’ambito del loro più ampio tentativo di sistemazione regionale. 

In Iran come in Ucraina e Medioriente, non di esportazione della democrazia si tratta, né delle urgenze umanitarie, bensì più fondamentalmente di tutelare l’integrità del sistema internazionale.

L’inverosimile tragicommedia trumpiana mette fuori gioco l’Unione europea, l’unico attore rimasto a difesa dell’ordinamento internazionale, del quale è il residuo anello di congiunzione.

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