Il cappellaio matto

di 7 Gennaio 2026

Compromessa, si deve presumere, è l’auto-candidatura al Premio Nobel per la Pace.

Problematico, per i suoi alleati e i suoi stessi antagonisti, è diventato prendere le misure di un’America ritrattasi clamorosamente dalle proprie responsabilità internazionali, succube di un Presidente emulo del ‘cappellaio matto’ della fiaba di Alice. 

La sua proclamata ‘America first’ si rivela isolazionista, autoreferenziale, non più estroversa, quel punto di riferimento essenziale del sistema liberale che lei stessa ha originariamente impostato con la Carta delle Nazioni Unite. Da fondatore e difensore del diritto internazionale, il nostro fondamentale alleato si è repentinamente trasformato in fautore del diritto della forza. In una riedizione dell’antico rapporto di Atene con i Meli.

L’estromissione dell’autocrate venezuelano, su dichiarato mandato del Dipartimento di Giustizia (?), nel confuso intreccio di eradicazione del commercio di stupefacenti, benessere della popolazione venezuelana e, più ostentatamente, per il possesso di quelle risorse petrolifere, conferma invece soltanto la determinazione di Trump nell’imporre la sua volontà all’intero subcontinente americano. Nella riaffermazione di una preponderanza continentale rivelatasi ricorrentemente indigesta ai suoi destinatari.

All’inizio del secolo scorso, in occasione, guarda caso, di un’altra crisi in Venezuela, l’allora Presidente Teodoro Roosevelt disse che “nessuno può invadere l’America Latina, salvo gli Stati Uniti”. Dotandosi, disse, della combinazione fra una voce suadente e un bastone nodoso, diede contemporaneamente avvio all’espansione oltremare, da Cuba alle Filippine, della giovane repubblica americana. Il suo attuale successore, retrocedendo nel suo immediato vicinato, non intende apparentemente utilizzare che il bastone. 

Né traspare la preoccupazione dell’autocrate americano di impostarne i seguiti. Nebulosa appare infatti la dichiarata intenzione di ‘amministrare’ la fase di transizione del Venezuela. Alcune più immediate conseguenze sono però già evidenti.

Confermato il disfacimento dell’ordine internazionale, con la guerra tornata a proporsi come ‘igiene del mondo’, ed il conseguente discredito dell’ONU. Sconvolta ogni distinzione fra legalità e legittimità, fra lettera e spirito della legge internazionale, nell’affermazione del farsi giustizia da sé. Contraddittoria la strategia complessiva della Casa Bianca, il cui unilateralismo si confonde con l’isolazionismo, nell’invocazione della Dottrina Monroe. Paradossale l’indignazione di Russia e Cina che, ostacolate in America Latina, possono però avvalersene per legittimare le loro pretese in Europa ed Estremo Oriente (idem per Netanyahu in Medioriente). Flebile (con la significativa dissociazione dello spagnolo Sanchez) l’accondiscendente prudenza degli europei, nella loro condizione di estremi difensori del diritto internazionale.

Ancora una volta grottesca, trionfalmente divagante, l’esibizione pubblica del Presidente americano, osannato dai suoi due inservienti dall’ostentato servilismo (Rubio) e orgoglio militare (Hegseth). Nell’ennesima enigmatica assenza del Vice Presidente, a quel Segretario ‘della Guerra’ è confermato il primato rispetto al titolare dello strumento diplomatico, un Segretario di Stato esautorato dagli stessi improvvisati emissari personali del Presidente.

Una nuova partita internazionale si è inaugurata, nella quale l’Unione europea dovrà districarsi su due fronti geograficamente opposti. Su quello ucraino, che Washington ha implicitamente abbandonato al buon volere della Russia; e su quello latinoamericano, che Trump dice di esclusivo ‘dominio’ americano, nel quale Bruxelles dovrebbe invece inserirsi più incisivamente (purché riesca a risolvere prioritariamente i suoi maldipancia sul trattato commerciale con il Mercosur).

Il legame transatlantico si è spezzato. Per il momento non può essere ricomposto sul piano di parità che l’Europa e l’America hanno da tempo, sia pur diversamente, ritenuto necessario. Né l’Europa può porsi sul medesimo piano degli altri attuali protagonisti, russo, cinese e americano. Dovendosi piuttosto raccogliere attorno ai propri valori, a tutela dei propri specifici interessi. La cui protezione non può più essere affidata ad altri.

Invertendo il rapporto fra cause e conseguenze, si va dicendo che quel che accade è dovuto all’inconsistenza del sistema internazionale. Al contrario, è del ristabilimento dell’ordinamento internazionale che sempre più palesemente si deve trattare. Di quel sistema multilaterale, liberale, internazionalmente democratico, concordato nel 1945 a San Francisco, che anche Washington va oggi lacerando.

Accusata anch’essa di passività, l’Europa, fedele al proprio codice genetico, non può far altro che continuare ad attenervisi, mantenendo le distanze dalla ricomparsa degli istinti primordiali dell’umanità. Rimasta l’unica custode del liberalismo internazionale, non può però continuare a fidare nella ‘mano invisibile’ evocata da Adamo Smith, dovendo ormai dotarsi, non di una propria capacità militare, quanto di una più chiaramente condivisa identità politica. 

Nel frattempo, la persistente ‘equidistanza’ dell’Italia fa si che, da destra, il Governo si dichiara accondiscendente, mentre, da sinistra, ci si indigna per la violazione americana del diritto internazionale, senza riuscire ad ampliare la visuale.

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