Anno nuovo?

di 31 Dicembre 2025

Nell’anno che verrà, ci trascineremo le scorie di quello inutilmente trascorso.

In Ucraina come in Palestina, la diplomazia, o quel che ne resta, si è infatti dimostrata inconcludente, per il mancato coinvolgimento del protagonista essenziale, rispettivamente russo e israeliano.

In ambedue i casi, le attuali parodie di negoziato condotte da Washington, condite da una retorica cacofonica seppur altisonante, faticheranno a sciogliere il nodo gordiano che strangola i rapporti internazionali. Il conflitto in Ucraina è diventato una guerra di logoramento non tanto in termini militari, ma piuttosto della determinazione dei Governi occidentali. La sabbie mobili in Medioriente rimangono senza via d’uscita. In ambedue i casi, non è emersa per ora alcuna prospettiva di ‘pace giusta e duratura’.

Ancora una volta, come tante altre durante questo intero dopoguerra, l’Occidente, o quel che ne resta, si trova a negoziare con se stesso. L’ennesimo pellegrinaggio americano di Zelenski ha evidenziato l’inutilità del piano alternativo a quello proposto da Mosca. Suscitandovi piuttosto altre dichiarazioni di assoluta indisponibilità al compromesso.

L’ineffabile giovane portavoce del Presidente americano afferma che egli “non vuole più chiacchiere, pretende azione”. Una pretesa tradottasi sinora in manifestazioni di impazienza per i ritardi subiti dalla propria ‘diplomazia degli affari’ (i suoi!). Alla quale si dedica spudoratamente, affidandone la gestione ai suoi due sprovveduti emissari personali.

Esplicito ormai è quanto la Casa Bianca si adoperi non già per risistemare l’ordinamento internazionale, bensì per promuovere una macroscopica ripartizione del mondo: con le Americhe riservate agli USA (dallo Stretto di Magellano al Canale di Panama, alla Groenlandia), l’Asia alla Cina (compresa Taiwan?); il Medioriente ad Israele. E, quel che ci riguarda più direttamente, l’Europa (compresa l’UE) alla Russia!

Dal canto suo, Mosca non potrà certo riappropriarsi dell’Ucraina. Si dovrebbe quindi supporre che Putin intenda comunque farne un altro ‘conflitto congelato’, lungo l’intera fascia di Stati, fino al Caucaso (dove ha già amputato territorialmente la Georgia e l’Armenia), nel ristabilimento della ‘cortina di ferro’ da opporre all’Europa occidentale.

Un proposito certificato di capo di quella diplomazia Lavrov, al quale è affidato il compito di dichiararsi ricorrentemente contrario ad ogni coinvolgimento negoziale o operativo degli europei. Accusati di mettere i bastoni fra le ruote ad un accordo russo-americano su una nuova architettura di sicurezza continentale. Rinnegando quella concordata cinquant’anni fa con Breznev a Helsinki, che Gorbaciov accolse come ‘casa comune’, dalla quale anche Washington si sta dissociando.

La Guerra fredda è quindi ripresa, basata non tanto sulla forza militare che Mosca fatica ad imporre, bensì sull’ostruzione, l’intimidazione, l’interferenza, la disinformazione. Quella versione ‘ibrida’, altrettanto tossica, che l’Unione sovietica ha praticato per decenni, nel seminare la confusione nel campo avverso, che è andato perdendo coscienza di sé.

Per il momento, in un mondo globalizzato ma ‘liquido’, l’ognun-per-sé predicato da Trump lascia tutti staticamente interdetti. Una situazione scarsamente rassicurante, poiché il vuoto strategico, con l’imprevedibilità che ne consegue, non può che corrodere le generali condizioni di sicurezza.

È a queste ultime piuttosto che alle imperversanti questioni di ordine militare che l’Europa, estromessa dal ‘grande gioco’, dovrebbe dedicarsi con maggior fiducia e determinazione. Rendendosi conto che, non disponendo più dell’abbraccio dell’America nel quale ha finito per assopirsi,  è rimasta la sola a difendere, con le ragioni di Kiev, la sicurezza continentale e l’integrità del diritto internazionale.

Da Washington, oltre che da Mosca, viene invece esortata ad accettare la situazione qual’è, con l’argomentazione che il meglio è nemico del bene, che arrestare il conflitto sulla linea del fronte sarebbe una via d’uscita analoga a quelle del passato in Germania, Corea, Cipro, Vietnam. Si trattò però allora di soluzioni armistiziali, non della ‘pace giusta e duratura’ che si afferma di perseguire.

Mentre Russia e Cina si associano all’America nel ritenere di poter ancora ricorrere alla ‘pre-potenza’, alla tanto denigrata Unione europea, sulla base della propria esperienza, rimane da far valere chela sola ‘potenza’ militare si è dimostrata non più decisiva. Che il vero ‘potere’ consiste piuttosto nella capacità di aggregare, di sospingere l’agenda internazionale verso obiettivi condivisi, per quanto diversificati.

Il generale stato confusionale è particolarmente evidente in Italia, dove ci si continua ad esprimere a vanvera, sui social, in televisione, in Parlamento, nelle feste di partito, persino sulla stampa più accreditata. In un misto di presunzione, sufficienza, ignoranza, indifferenza, se non di preconcetta faziosità.

Al corpo diplomatico accreditato a Roma, e poi alle massime cariche dello Stato, il solo Presidente Mattarella ha ritenuto necessario esprimersi in termini inequivocabili.

Al Cardinale Parolin che ha ricevuto i diplomatici italiani, il nostro Ministro degli Esteri ha indicato in “aiuti alimentari e assistenza ospedaliera ai bambini di Gaza” la consistenza dell’impegno nazionale in Palestina, espresso “la speranza che in Ucraina si possano compiere passi positivi”, persino segnalato l’invio di “giochi per i bambini in Sudan” (fonte Vatican News).

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