LONG READ: Una vittoria a tavolino?

di 10 Dicembre 2025

La Strategia di sicurezza tracciata da Trump rinnega l’assetto internazionale che Washington ha costruito e sorretto in questo dopoguerra.

Pur non trattandosi di un documento programmatico, bensì di un manifesto della politica MAGA, gravi ne saranno le ricadute sulla stabilità continentale e, di riflesso, internazionale. Andando ad alimentare l’opera di disinformazione e intimidazione delle opinioni pubbliche mondiali, di cui la Russia si è sempre sistematicamente avvalsa.Mosca riconosce infatti che le considerazioni di Washington “corrispondono in larga parte alla nostra visione”. 

Il documento corrisponde in effetti pienamente all’antico intento della stessa Unione sovietica di dividere lo schieramento occidentale. In Ucraina, più che vincere, Putin vuole liberarsi della presenza americana in Europa. Parrebbe che ci stia riuscendo, a spese di quel che considera un imbelle ’Occidente complessivo’.

Un rapporto transatlantico che il Cremlino punta a distruggere e la Casa Bianca 

rinuncia a sostenere. L’ostentato unilateralismo della “America first” la riporta oltreoceano, al riparo di una riedizione della dottrina Monroe. Deplorando le “aspettative irrealistiche dell’Europa”. Un’Europa che dopo aver vissuto a lungo di rendita, deve uscire dalla fase adolescenziale in cui è vissuta sinora, per affrontare il campo aperto nel quale si muovono gli odierni pachidermi. 

Scopertasi improvvisamente l’unica custode del diritto internazionale, si trova pertanto a dover far da sé. Ma, non potendo competere nel ritorno della politica di potenza, esautorata dall’improvvisata diplomazia personale americana, estromessa da un negoziato che la riguarda in prima persona, all’Europa non rimane che tentare di salvare il salvabile. Non può far altro che continuare a sostenere le ragioni di Zelenski. 

Chi continua a denigrare l’Unione europea colloca l’asticella ben oltre la sua ragione sociale. Pretendendo strumenti di cui non dispone, quale una politica estera e di difesa unica, mentre deve semmai dotarsi di geometrie variabili, al di fuori da ogni schema istituzionale. Della quale si stanno in effetti incaricando alcuni ’volenterosi’ anche non membri, quali la Gran Bretagna e la Norvegia.

Sempre che le nostre opinioni pubbliche si arrendano all’evidenza degli avvenimenti che ci assediano. 

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L’immobiliarista amico di Trump, ‘francobollato’ dal marito di sua figlia, recatosi per l’ennesima volta a Mosca, ne ha ricavato soltanto le ennesime denunce di una ‘aggressività europea’. Pretendendo di ottenere al tavolo negoziale quel che non è riuscito a conquistare militarmente sul terreno, Putin insiste che una tregua possa avvenire come risultato, non premessa, di un accordo complessivo. Estromettendone comunque l’Europa, dalla quale intende continuare a dissociare la Russia.

Una Russia che, dopo le guerre napoleoniche, dalla guerra di Crimea alla rivoluzione sovietica, a Yalta, alla guerra fredda, non ha più partecipato alla storia continentale, contrapponendovisi. Andando oggi a rifugiarsi nelle braccia di una Cina che ha altre cose per la testa (Mosca ha persino appena abolito il visto d’ingresso per i cittadini cinesi; spalancando loro le porte della Siberia!). Non può quindi sorprendere che, più di quello della NATO, l’allargamento dell’Unione all’Ucraina rimanga di ostacolo al suo coinvolgimento negoziale. Con il sopravvenuto assenso di Washington.

Va peraltro tenuto presente che la stessa NATO non dispone più della funzione deterrente che svolgeva durante la Guerra fredda. Il riassetto dei rapporti transatlantici, pur necessario, non può comunque consistere nella costruzione di un’Europa della difesa, quanto in una più accurata ripartizione delle rispettive responsabilità, ma nel mantenimento di una comune strategia.

La situazione di confusa transizione in cui ci troviamo non consente di prevederne l’assestamento spontaneo, né di fidare nel pragmatismo delle spolette diplomatiche di stampo kissingeriano. Per l’accumularsi dei fattori che ne ostacolano la progressione, l’Unione europea dovrebbe pertanto liberarsi dalle sue costrizioni istituzionali.

Sabino Cassese la descrive come ‘ultra-nazionale’, punto di riferimento esterno, cioè, per la convergenza degli Stati membri e di quelli che non lo sono né lo saranno necessariamente. Oltre alla trazione degli ‘E3’ (Francia, Germania e Gran Bretagna), una ‘Comunità politica europea’, con una capacità di aggregazione distinta dall’Alleanza atlantica, è d’altronde già emersa. 

Sull’ultimo numero di Foreign Affairs, il Presidente di una Finlandia liberatasi dalla ‘finlandizzazione’, constata l’emersione di un ‘Triangolo del Potere’ composto dall’Occidente globale, l’Oriente globale e il Sud globale, per sostenere che da quest’ultimo dipenderà la direzione che prenderà il nuovo ordine mondiale. Argomentando che, “mentre l’Ovest e l’Est si muovono in direzioni opposte, il Sud dispone del voto decisivo (lo swing vote)”.

È agli ‘Stati intermedi’ che l’Europa, potenza normativa piuttosto che militare, dovrebbe pertanto presentarsi come punto di riferimento alternativo allo strapotere dei Grandi. Al giorno d’oggi più che mai, la potenza di una nazione consiste nella sua capacità aggregativa.

È stato detto che l’Europa è forse disegnata per un mondo che non esiste più. E se fosse invece il modello per un mondo che tarda ad emergere?

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Il dibattito pubblico di casa nostra continua a ragionare (e parlare) per astrazioni, dimenticando che, dai tempi di Cavour, è sempre stata la politica estera a fare l’Italia. Ignaro inoltre del fatto che, assieme ai servizi sociali, lo Stato ha il compito di provvedere alla sicurezza della nazione. Continuiamo pertanto a muoverci ai margini delle iniziative altrui, rassegnandoci al corso degli eventi. Persino il nostro Ministro degli Esteri si vede costretto a dire che “valuteremo, parleremo, vedremo cosa sarà conveniente”. 

P.S. Nel frattempo, anche Netanyahu continua a fare quel che gli pare…

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