Il costruttore di ponti

di 3 Dicembre 2025

La prima visita all’estero di Papa Leone XIV, occasionata dalla commemorazione del Concilio di Nicea, si è svolta nella terra che fu di Paolo. 

Una regione che, dal Medioriente all’Ucraina, rimane un cardine geopolitico essenziale leso da una faglia che coinvolge oggi l’intera sicurezza internazionale. Dove, per sistemarne i rapporti interstatali, bisogna riconciliare gli animi, ritrovare persino un lessico condiviso.

In Terra Santa, ne va della convivenza fra le tre religioni monoteiste. Anche in Ucraina, è dell’ecumenismo (multilateralismo, si direbbe oggi) che si tratta. Non diversamente, si direbbe, dai tempi di Nicea, incaricato di riassorbire le eresie cristiane che minacciavano la stessa unità dell’Impero di Costantino. Non a caso, il Papa ha evocato il rischio di un ‘arianesimo di ritorno nella cultura odierna’. 

Nell’apparente disfarsi dell’internazionalismo liberale sotto i colpi di presunte superpotenze, il Pontefice si è quindi presentato come testimone (“osserverò”, ha detto). Invocando la “pluralità che tende all’unità”; una sollecitazione che apparentemente ormai il solo Pontifex, costruttore di ponti appunto, è in grado di pronunciare. Coadiuvato, si deve ritenere, dagli oltre due miliardi di cristiani sparsi per il mondo.

In Turchia, Leone XIV ha evitato di pregare in comune, di varcare la soglia di Santa Sofia trasformata in moschea; ha però incoraggiato Erdogan nell’opera di mediazione che, ambiguo alleato atlantico, tenta di svolgere. In Libano, la sua presenza ha confermato la funzione di modello interetnico affidatagli un secolo fa a Versailles, ora tragicamente rimessa in questione.

“Non bisogna cedere a questa deriva, ne va del futuro dell’umanità”, ha raccomandato. Vox clamantis in deserto? Un deserto percorso dalle contorte tabelle di marcia stilate da un autoproclamato mediatore, mosso dagli ’affari’ piuttosto che dall’imparzialità. Che irrigidiscono, invece di risolvere, l’intrico delle opposte pretese. L’ordine dei fattori viene invertito, le conseguenze e le cause si confondono, il filo logico si spezza nelle ragioni degli uni e degli altri.

In Palestina, Netanyahu continua imperterrito a impossessarsi della Cisgiordania e di una fetta di Gaza. E in Ucraina, l’irremovibile Putin continua a bombardare indiscriminatamente le città e le infrastrutture energetiche. Mentre Zelensky è alle prese con la corruzione della quale altri (da che pulpiti!) lo incolpano. Tutto ciò nell’ostentato distacco del Cremlino, per la mancata presenza del Patriarca russo in Turchia, nella sua astensione sul piano mediorientale approvato all’ONU, e nella sottrazione al vaglio internazionale di quello sull’Ucraina.

L’estrema gravità delle crisi ucraina e palestinese è dovuta al fatto che alla loro soluzione è affidata la prova del nove dell’esistenza di un ordine internazionale. Un’impresa da affrontare pertanto nell’accurata combinazione fra l’indispensabile Realpolitik e l’altrettanto necessaria salvaguardia di norme di comportamento condivise. 

Nel frattempo, è all’immobiliarista Witkoff che Washington ha affidato l’incarico di sbrogliare le due matasse. Mentre in Europa, dice Fabbrini, “chi cerca di costruire ponti con Putin (Orban) o con Trump (Meloni) sta tagliando il ramo su cui è seduto”.

In attesa di tempi migliori, un Papa allievo del Vescovo di Ippona, a sua volta intriso di Platone, Cicerone e San Paolo, antesignano di Tommaso d’Aquino, svolge il compito di estremo difensore dell’internazionalismo liberale nella coscienza dell’umanità.

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