Sempre più chiaramente, il Presidente americano si bea della presunzione di stampo imperiale di poter/dover dettar legge.
Lasciandone però sempre l’attuazione ai vassalli, da punire o abbandonare al loro destino. Iniziative altisonanti che rimangono astratte, prive come sono delle necessarie precondizioni e garanzie.
In un’apparente cronica megalomania, emersa nella teatralità dell’accoglienza riservata al satrapo saudita; dimostrata nell’accondiscendenza alle pretese del governo israeliano trascritte nei ‘venti punti’ del suo piano di pace mediorientale. E ora, nell’arroganza del suo ‘ultimatum’ a Kiev, perché accetti i ‘ventotto punti’ che trascrivono minuziosamente tutte le pretese di Putin; nell’esclusione dell’Ucraina dalle decisioni sul suo destino e nell’indifferenza nei confronti degli alleati europei!
Un atteggiamento ultimativo, che ondeggia nel sollecitare l’adesione degli altri, ma privo di una qualsiasi strategia d’assieme; esponendone invece spudoratamente la consistenza ‘affaristica’, l’interesse privato in atti d’ufficio. Nel segno di una ‘America first‘, piuttosto che del ‘make America great again’ che dovrebbe invece risultare dal mantenimento della sua funzione di perno di un ordinamento mondiale più equilibrato ed equo.
Un disimpegno dalla conduzione degli affari mondiali, che sconvolge l’assetto internazionale impostato dalle ‘nazioni unite’ nell’immediato dopoguerra. Aprendo la strada alla spartizione di sfere d’influenza esclusive, in un mondo che si è invece globalizzato. Nella regressione ad una ingigantita, e pertanto più pericolosa, politica di potenza. Lasciando il campo libero alle mire espansionistiche dei rivali russo e cinese, ed esponendo l’Europa all’improvvisa esigenza di far da sé.
In un contesto diplomatico diventato grottesco. Del precedente di Monaco, Churchill disse “avete scelto il disonore, avrete la guerra”! Comprensibile è il trattamento riservato ad interlocutori necessari, anche se dalle ben diverse convinzioni e comportamenti. Meno giustificabile è però l’indifferenza dimostrata alle più elementari regole negoziali. Nel momento in cui è dell’integrità del diritto internazionale che si tratta, la sola Europa sembra doversene incaricare.
Anche se, direbbe Trump, ‘non ha le carte’. Al Principe ereditario saudita invece, Trump affida una funzione preponderante per costruire quel panarabismo che si è finora rivelato piuttosto l’araba fenice. A Putin concede persino l’intera carta bianca. Invocando, in ambedue i casi, le sole ragioni umanitarie; non quelle strategiche, che imporrebbero come precondizione l’intromissione di una forza internazionale di controllo e garanzia.
Nel perseguimento non soltanto di quel cessate il fuoco che Trump indica come suo principale obiettivo tanto in Palestina quanto in Ucraina, ma per evitare ogni capitolazione senza condizioni. Invertendo pertanto l’ordine dei fattori posti sul tavolo. La realpolitik si impone più che mai. Anche nei confronti di un’Ucraina afflitta dalla corruzione che ogni guerra porta con sé (da che pulpito viene la denuncia moscovita?); motivo aggiuntivo semmai per assisterla nel resistere a chi vorrebbe ‘finlandizzarla’.
Condizione indispensabile, quest’ultima, per il coinvolgimento dell’intera comunità internazionale (con l’Unione europea) nella ricomposizione del sistema internazionale collaborativo, invece di rassegnarci al ritorno ai precari equilibri della politica di potenza. Poco incoraggiante è l’astensione di Russia e Cina sulla Risoluzione con cui le Nazioni Unite hanno appena registrato il ‘piano Trump’. Altrettanto evasivo, disinteressato, l’atteggiamento del ‘Sud globale’ nei confronti di una Russia intenzionata a disintegrare il sistema internazionale che soprattutto al sud è intenzionalmente rivolto.
Dovremmo renderci conto che la paventata terza guerra mondiale è in corso da decenni: prima ‘fredda’ e, dopo il breve periodo di sospensione gorbacioviano, diventata ‘ibrida’. Una ‘guerra fra incompatibili versioni della realtà’, sospira Salman Rushdie che ne porta sul viso le cicatrici.