Le notizie si accavallano ormai senza che ne emerga alcuna sottostante logica o insegnamento.
L’elezione a New York di un giovane immigrato di origine indiano e musulmano, dichiaratamente intenzionato ad invertire il rapporto di potere fra abbienti ed indigenti nella capitale del capitalismo, apre qualche spiraglio in fondo al tunnel trumpiano. Sfidando Trump con ben altri strumenti, ma sul suo stesso terreno, quello della sorte dei ‘dimenticati’. Il generale tripudio va però temperato.
A parte il fatto che New York non è l’America (come dimostrato dall’irresistibile ascesa del newyorkese Trump quanto da quella, inattesa, di Mamdani), si trascura che potrebbe trattarsi di una vittoria di Pirro, che Trump ha infatti subito denunciato come l’affermazione di un esponente ‘comunista’. Più interessanti semmai i successi dell’opposizione dei candidati ‘democratici’ in Virginia e New Jersey. Ma è nel Midwest che la partita continuerà a giocarsi.
Né l’uno né l’altro possono affermare di rappresentare l’America, nata nel rifiuto di ogni ideologia, cresciuta nel comune denominatore del consenso in una popolazione demograficamente e geograficamente eterogenea. Un amalgama che la sua prolungata sovraesposizione post-bellica sembra aver disperso. Perdendo la sua eccezionalità di ‘lucente città sulla collina’, l’America si è ‘normalizzata’, scoprendosi classista, faziosa, al pari del Vecchio continente dal quale si era originariamente distanziata.
L’elemento più rilevante va semmai considerato l’insolita elevata affluenza alle urne, ad opera soprattutto delle giovani generazioni. Come accadde con Obama, il cui proposito aggregatore si è però rivelato divisivo, suscitando l’ondata reazionaria di cui Trump ha profittato. L’esito elettorale di New York rischia quindi di esasperare ulteriormente una contrapposizione politica che non ha precedenti nella storia americana.
Bisogna ritenere che la struttura federale americana sappia resistere al trauma. Ma, anche in America come nelle altre democrazie occidentali, ricostituire ‘il centro’ liberal-riformista si rivelerà un esercizio defatigante. Ma indispensabile, per le stesse ripercussioni che un’America disorientata continuerà a produrre a livello globale. Lo stiamo già constatando.
Le crisi palestinese e ucraina rimangono inevase; l’atteso incontro con Putin è stato rinviato sine die (con l’apparente esautoramento dello stagionato Ministro degli esteri Lavrov); quello occasionale con Xi, per quanto armistiziale, è rimasto enigmatico; umorale l’assenza dell’America al G20 in un Sudafrica membro del BRICS corteggiato da Mosca e Pechino .
La fase di sospensione, di diffuse contraddizioni, di generale incertezza, appare purtroppo destinata a durare. Con l’evanescenza del perno americano attorno al quale la politica internazionale in questo intero dopoguerra è stata impostata. Senza che l’Europa, priva del sostegno di Washington, possa aspirare a rimediarvi.
Tanto più che le intemperanze verbali di Trump si dilettano nell’assolvere l’atteggiamento dell’ungherese Orban che, sensibile alle pretese della Russia, lede la credibilità politica dell’Unione.