Come in Ucraina, la comunità internazionale assiste da anni, attonita, alla tragedia palestinese. Non però nella rassegnazione, come in Ucraina, bensì nella generale indignazione. Che vibrate manifestazioni nelle piazze occidentali testimoniano. E che una flottiglia di barche a vela è andata ad esprimere al largo delle coste di Gaza.
Anche Netanyahu, come Putin, si trincera dietro a minacce all’esistenza stessa della nazione, una condizione ben più evidente in Medioriente. Non però che in quella regione manchino i termini di riferimento, più volte ribaditi.
Nel frattempo, l’incontro fra Trump e Netanyahu si è risolto nella presentazione di un preteso ‘progetto complessivo’, consistente in realtà nell’accumulo di ventuno affermazioni dal tono ultimativo, prive di ogni sequenza logica o negoziale.
Nulla è stato detto dai due interlocutori sulla questione essenziale dei ‘due Stati’: non una parola sulla Cisgiordania, mentre deplorato è stato l’astratto riconoscimento di uno Stato palestinese. Per non parlare del discredito riversato sull’Autorità palestinese. L’immediato rilascio degli ostaggi quale indispensabile premessa, il disarmo di Hamas come condizione essenziale, l’introduzione di un organismo internazionale di transizione inverosimilmente presieduto da Trump, sono stati affidati alla pressione degli Stati arabi chiamati a concorrere all’esecuzione dell’ambizioso progetto.
Disposizioni tutte comunque corrispondenti alle pretese di Netanyahu. Al quale Trump ha persino esplicitamente lasciato carta bianca qualora Hamas non accettasse una tale resa incondizionata. Il suo ennesimo incontro con Trump, più che confermare l’unico vitale legame per Israele, si è pertanto risolto in una vittoria per la sua intransigenza.
Un’indecorosa esibizione del Presidente americano, destinata sostanzialmente, è parso, ad autoproclamarsi meritevole dell’imminente conferimento del Premio Nobel per la pace.
Si è comunque avuta conferma di quanto, mentre fin dal suo primo mandato Trump continua ad assecondare l’intransigenza di Israele, la causa palestinese è stata abbandonata al suo destino dagli stessi paesi arabi. Con la conseguente irriducibilità dell’atteggiamento dei due contendenti, arroccatisi nel pretendere una loro esclusiva presenza ‘dal fiume al mare’.
Dal conflitto in corso dovrà pertanto emergere una più precisa definizione non soltanto delle pretese palestinesi, ma della stessa consistenza dello Stato di Israele. Dopo decenni di ripetuti conflitti militari, sfociati nel massacro del 22 ottobre, l’accettazione di uno Stato ebraico è ormai osteggiata soltanto dal regime iraniano, non arabo e sciita, rimasto l’unico sostenitore delle formazioni terroristiche locali.
Tuttavia, se la soluzione di un unico Stato multietnico è da escludere, quella di ‘due Stati’ permane difficile da impostare senza un diretto impegno della più vasta comunità regionale e internazionale. Che estragga Israele dall’isolamento internazionale in cui è finito, palesato anche dall’esodo dall’aula delle Nazioni Unite al momento dell’intervento di Netanyahu (trattamento peraltro non risparmiato al russo Lavrov).
È di fattibilità politico-diplomatica che continua a trattarsi. Non soltanto di cessate-il-fuoco può trattarsi, bensì ancora e sempre dell’indicazione del percorso da riprendere con il convergente sostegno dei paesi dell’area, di un’ONU dal rigenerato Consiglio di Sicurezza, nonché di un’Europa troppo a lungo estromessa dalle equazioni mediorientali.
Il ‘Quartetto’ fra Stati Uniti, Russia, Nazioni Unite e Unione europea, impostato qualche anno fa, andrebbe riattivato. Non soltanto per esortare e accompagnare Israele, ma per sollecitare una rispondenza unitaria degli stessi palestinesi, che le ripetute intifada culminate nell’avvento di Hamas hanno sinora impedito.
Eliminati i fattori di insicurezza che condizionano da sempre il governo di Israele, bisognerà comunque poi affrontare il destino dei territori di Gaza e Cisgiordania, occupati nella guerra del 1967 (che Egitto e Giordania hanno allora abbandonato al loro destino, e non sono certo oggi disposti a riassumersene la responsabilità).
Il che ci riporta ineluttabilmente alla questione cruciale della creazione dei ‘due Stati’.