Genocidio

di 22 Settembre 2025

“L’ora del crimine non suona contemporaneamente per tutti i popoli. È così che si spiega il permanere della Storia”, diceva Emil Cioran al cospetto delle devastazioni del secolo scorso.

In Ucraina, negando la separata identità di un popolo dichiarato ‘fratello’, la Russia continua a massacrarlo. In Palestina, Israele rade al suolo intere città per eradicarvene la presenza palestinese.

Sconfortante, nell’accavallarsi di avvenimenti andati fuori controllo, nel venir meno degli argini stabiliti nell’immediato dopoguerra, non è quanto vediamo quotidianamente sui nostri schermi, quanto la crescente rassegnazione che le manifestazioni di piazza a senso unico non possono assolvere.  

Si riteneva che il rispetto delle minoranze fosse l’essenza della democrazia, che la violazione di tale principio costituisse la cartina di tornasole per riconoscere gli Stati ‘falliti’. Lo si constatò ricorrentemente in passato: in Armenia durante la prima guerra mondiale, con l’holodomor degli anni Trenta in Ucraina, con l’olocausto ebraico, in Cambogia, Ruanda, Bosnia, Myanmar nel corso della nostra stessa esistenza.

Nel nostro più immediato vicinato, in Siria, in Libia, in Sudan, le minoranze etniche o religiose vengono perseguitate, nell’estendersi di ‘pulizie etniche’ che vanno ben oltre un ritorno al razzismo. Resuscitando l’imputazione di genocidio.

Il polacco Raphael Lemkin fu il primo a descriverne la fattispecie durante il processo di Norimberga. La Convenzione dell’ONU del 1948 (alla quale non hanno ancora aderito oltre quaranta paesi) ne definì giuridicamente i contorni, nella “intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. 

Tale intenzione viene oggi attribuita ad Israele dalla stessa Corte Internazionale, che alla Russia ha rivolto invece soltanto l’imputazione di aver rapito bambini ucraini. A dimostrazione della difficoltà di circoscrivere le diverse situazioni.

In ambedue i casi, sotto i nostri occhi sono in corso guerre giunte letteralmente all’ultimo sangue, caratterizzate da operazioni di indiscriminato sterminio, che definiamo sommariamente ‘genocidio’ nel caso di Israele, non invece nei confronti del Cremlino.

In Palestina, ambedue i contendenti si dichiarano intenzionati ad eliminare la presenza dell’altro. Diversa, ma altrettanto inaccettabile, è l’aggressione all’Ucraina. Altrettanto grave è che, in Medioriente come in Ucraina, i contendenti sono parimenti abbandonati a sé stessi, in un singolar tenzone che affermano ‘esistenziale’.

Una casistica aggrovigliata, dalle molteplici fattispecie giuridiche e conseguenti responsabilità politiche. A Putin condoniamo un comportamento non dissimile da quello di Netanyahu, che invece condanniamo aspramente. Eppure ambedue appartengono alla famiglia giudaico-cristiana nella quale l’Occidente si riconosce.

All’Assemblea delle Nazioni Unite alcuni riconoscono formalmente lo Stato di Palestina, che già vi dispone dello status di osservatore. È però alla riprovevole arrendevolezza della comunità internazionale al disfacimento della trama dei reciproci rapporti che dovrebbe maggiormente dedicarsi.

L’imputazione di genocidio urlata nelle piazze e gli scioperi generali possono alleviare il peso sulla nostra coscienza, non le più ampie generali responsabilità.

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