La sorella latina

di 15 Settembre 2025

Per la quarta volta in tre anni, la Francia è senza governo. Una situazione non insolita in una nazione che da due secoli alterna rivoluzioni e restaurazioni.

Ma quel che accade questa volta in quella ‘democrazia presidenziale’ assume aspetti più drammatici, se non altro per la più vasta risonanza internazionale che può avere sulla non dissimile situazione nelle altre ‘società aperte’ europee.

A dimostrazione, si dovrebbe dire, dell’impeto ‘rivoluzionario’ che è proprio del liberalismo. Emerso nella ‘primavera dei popoli’ del 1848, tradottosi poi nella ‘ribellione delle masse’ che Ortega y Gasset descrisse cent’anni fa. Cui vanno attribuiti i sommovimenti sociali e politici verificatisi nel corso dell’intero Novecento; che continuano ad agitare le nazioni che si vogliono democratiche. 

Nei due secoli trascorsi dalla Rivoluzione, la ‘république citoyenne’ creata da Napoleone, fondata sulla triade ‘liberté, égalité, fraternité’, non è riuscita a liberarsi delle ricorrenti sollevazioni giacobine, disordinatamente intellettuali, o semplici jacquerie rurali. Nella continua diatriba fra Voltaire e Rousseau, i ‘sanculotti’ hanno oggi nuovamente ripreso il sopravvento sui ‘legittimisti’. L’agitazione si è estesa delle banlieue cittadine all’intera Francia ‘profonda’, finendo col scuotere il sistema di ‘monarchia elettiva’ della Quinta repubblica (dicesi quinta!) fondata da De Gaulle.

Né il salto internazionalista compiuto dall’unico paese dell’Unione membro permanente del Consiglio di Sicurezza è servito a dare smalto alla funzione trainante conferita ad un Presidente che vorrebbe mettere la ‘grandeur’ nazionale a disposizione del progetto europeo.

Ne è invece emersa la riluttanza della Francia ‘profonda’ a corrispondervi, risoltasi in una contestazione in blocco delle ‘élite’. Molti i follower, mentre scarseggiano i leader in grado di contenere la pressione popolare. Ridotti a ripetere quanto, nel fatidico ’48, ebbe a dire Ledru-Rollin: “sono il loro leader, quindi li seguo”. Un fenomeno diventato un’infezione, un contagio, che si è esteso all’intera famiglia europea. E oggi all’America di Trump. 

Quel che è più grave è quanto si sia eroso il contratto sociale, soprattutto per il disfarsi della classe media, di quel ‘terzo stato’ al quale si deve l’avvento della democrazia liberale. Che le sopravvenute condizioni di globalizzazione dei mercati, degli scambi, dalle comunicazioni alla finanza, hanno oggi mortificato.

Congestionata dai social oltre che dalle aspettative crescenti, la democrazia è diventata ‘bulimica’, tendenzialmente anarchica. I partiti tradizionali faticano ad organizzare la politica, per adeguarla alle mutate condizioni internazionali. La spesa pubblica, che ne ha a lungo attutito i contraccolpi, è diventata insostenibile, non sufficientemente alimentata da adeguati livelli di produttività.

Una rivolta populista, nichilista perché priva di programmi alternativi, in una radicalizzazione anti-sistema, tanto a destra quanto a sinistra, che lascia poco spazio a quel centro, quella borghesia che della democrazie è il pilastro.

La sorella latina ha i nostri stessi problemi, che ha però sempre affrontato con maggiore teatralità. Il rimedio non può comunque consistere nell’alzare il ponte-levatoio, bensì nell’aumentare la massa critica comune, necessaria per corrispondere all’evolversi degli avvenimenti mondiali.

Il nostro Presidente Mattarella, così come il Pontefice Leone XIV, si pronuncia accoratamente per la ricomposizione del sistema internazionale multilaterale, che dice lacerato, minacciato da ‘nuove Compagnie delle Indie’ che, come quelle di una volta, esautorano gli Stati.

Nella generalizzata prevalenza di una politica interna sovranista, difensiva, è a livello sovranazionale che le sopravvenute disfunzioni degli Stati dovrebbe essere affrontata.

Nello spazio allargato, che Sabino Cassese definisce ‘ultra-nazionale’, messo a disposizione dall’Unione europea. 

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