Da oltre dieci anni la comunità internazionale assiste, attonita, al quotidiano massacro della popolazione ucraina.
Da quando la Russia infiltrò nel Donbas propri soldati privi di insegne, annettendolo poi assieme alla Crimea e ad altre due province occupate manu militari. Estromettendo cioè l’Ucraina dal Mare di Azov e dalla costa del Mar Nero, a completamento di una penetrazione territoriale iniziata qualche anno prima in Georgia.
Senza che la NATO, organizzazione difensiva, ritenesse di poter intervenire. È con la diplomazia che, dal tempo di Obama, l’Occidente euro-americano continuò a tentare di ‘reset’ i suoi rapporti con Mosca.
I ripetuti tentativi di coinvolgere la Russia nella risistemazione continentale non sono mancati: da quelli della NATO con il Consiglio NATO-Russia né dell’Unione con l’Accordo del 2003, alle mediazioni europee in Georgia e a Minsk, per risolvere le sopravvenute crisi. Iniziative tutte disattese da Mosca per la sua apparente indisponibilità (incapacità?) ad adattarsi all’evoluzione dei tempi, tanto meno a lasciarsene coinvolgere.
Ancora una volta, spes contra spem, ci siamo illusi che Trump avrebbe trovato la quadratura del cerchio. I fatti dovrebbero aver dimostrato che una via d’uscita dal tunnel in cui si è cacciato il Cremlino non è nel ritorno all’antico bipolarismo, bensì semmai ampliando l’ambito negoziale. Con il necessario concorso dell’Europa.
Un’eventualità alla quale la Russia dichiaratamente si oppone, nell’evidente tentativo di recuperare lo status di ‘superpotenza’ puntando esclusivamente sul rapporto con Washington. Ne consegue l’imputazione di irrilevanza dell’Unione, che i suoi stessi membri le rivolgono. Trascurando che è di potere politico, certo non di potenza militare, che l’Unione può disporre, per la diversa funzione, normativa piuttosto che costrittiva, che ha imposto a se stessa dopo la catastrofe bellica.
L’Unione europea continua comunque a costituire il riferimento essenziale per la ricomposizione del sistema internazionale aggredito dalle due antiche superpotenze, dai piedi ormai d’argilla, che intendono invece sovvertire le regole del gioco nella riedizione di anacronistici rapporti di potenza.
La ”nuova architettura di sicurezza europea” pretesa da Mosca non può consistere che nell’Atto Finale della Conferenza per la Sicurezza e Cooperazione in Europa (poi diventata OSCE), concordato nel 1975 ad Helsinki, in piena Guerra fredda. Un codice di comportamento paneuropeo costruito per iniziativa della diplomazia europea che seppe in tale occasione emanciparsi dalla tutela americana.
Un’Europa della sicurezza, per quanto eterogenea ed embrionale, dovrebbe decidersi a riproporne i termini e le modalità, rievocandoli presso le proprie opinioni pubbliche. Sottolineando le ripercussioni che ne conseguirebbero sul piano non soltanto continentale.
Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, la ‘Organizzazione di Sicurezza di Shanghai’, un’associazione fondata nel 2002 dalla Cina allo scopo di accaparrarsi i Paesi dell’Asia centrale affrancatisi dalla Russia, si è riunita assieme ai suoi ‘partner’ di varia estrazione, dalla Corea del nord all’Iran, all’Egitto e Arabia saudita, alla Turchia, alla Slovacchia. Alla presenza del SG dell’ONU. Il tutto coronato dall’imponente sfilata militare a Pechino.
Presentata come contrappeso all’asserita egemonia dell’Occidente, la riunione è servita piuttosto ad evidenziare la pretesa preponderanza strategica della Cina, con il risultante offuscamento del Cremlino. Al punto che Putin si è ritenuto in dovere di affermare, contrariamente a quanto sostenuto in passato, di non opporsi all’ingresso dell’Ucraina nell’UE!
Il comunicato finale ha fatto appello al “diritto dei popoli di scegliere in modo indipendente e democratico i propri percorsi di sviluppo”, alla “sovranità, indipendenza, integrità territoriale, non ingerenza negli affari interni e non minaccia o uso della forza”, mentre stanno “aumentando il confronto geopolitico, le sfide e le minacce alla sicurezza e alla stabilità”. Mentre vengono condannate le operazioni militari a Gaza e in Iran, non si menziona invece esplicitamente la situazione in Ucraina, indicandosi soltanto la generica “necessità di garantire al più presto un cessate il fuoco completo e duraturo”. Non che la sfida sia meno pressante, espressa però in termini ben diversi da quelli moscoviti.
Più preciso è stato infatti Xi Jinping nell’invocare una “governabilità mondiale più giusta e ragionevole, un vero multilateralismo contro l’egemonismo e la politica di potenza, il confronto fra blocchi, la mentalità da guerra fredda”. Affermando persino la necessità di sostenere a tal fine “il sistema internazionale che ha al centro l’ONU e il sistema commerciale multilaterale dell’OMC.”
Concetti non proprio caratteristici della coalizione antioccidentale che si vorrebbe individuare in tale eterogeneo raggruppamento degli “altri”. Siamo ancora, si direbbe, in una fase di assestamento, nella quale l’Europa dovrebbe trovare lo spazio per far valere proporre le proprie specifiche ragioni. Affiancandosi diversamente ad un’America che vuole distanziarsi.
In cui l’Italia, sempre ambigua, astrattamente ‘equidistante’, sostanzialmente passiva, mai solidale né propositiva, deve decidersi a definire la propria collocazione.