Nel 1947, Raymond Aron disse che ci trovavamo in una situazione di “pace impossibile e guerra improbabile”. Ci risiamo. Gli altisonanti incontri internazionali ai quali abbiamo assistito non hanno chiarito un gran che. Si tratta ancora di passare dalle parole ai fatti.
Invece di denunciare il comportamento del Cremlino, Trump continua a lamentare le migliaia di vittime militari e civili che ne conseguono. Un’argomentazione di ordine meramente umanitario piuttosto che strategico, che si astiene dal sollevare in Medioriente, dove la propria responsabilità è stata e rimane determinante.
Un atteggiamento che corrisponde al proposito di sottrarre l’America all’impegno di fungere da perno del sistema internazionale, e sollecita l’Europa ad impegnarsi più direttamente nell’assicurare la sicurezza e stabilità continentali. Ma gli ostacoli non mancano.
Non la sola contrarietà di Putin, che esclude gli europei dal duopolio continentale con Washington che vorrebbe ristabilire. Né l’improponibilità di un’Europa della difesa in funzione deterrente. La proposta di mettere a disposizione dell’Ucraina un ‘Articolo 5 europeo’ (a seguito della sua ammissione all’UE piuttosto che alla NATO), ai sensi dell’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona, è per ora un esercizio teorico.
L’unica possibilità per l’Europa di tornare a farsi valere, quella di mettere a disposizione una ‘coalizione dei volenterosi’ al di fuori dell’Unione, rimane subordinata alle condizioni di un eventuale armistizio, piuttosto che un mero cessate-il-fuoco. Che soltanto l’America può esigere dalla Russia.
Abbiamo improvvisamente scoperto che lo stallo della Guerra fredda si è disfatto. Che, a differenza della Russia, né l’America né l’Europa fanno più la guerra. Che la NATO stessa ha perso la sua funzione e struttura originarie, utilizzata piuttosto, dalla Jugoslavia all’Afghanistan, come sostegno logistico alla gestione internazionale delle crisi.
Presentatasi a Washington in un formato inedito (al quale Il nostro governo aveva in un primo momento ritenuto di non potersi associare), l’Europa, in alternativa al confronto fra le due ex-superpotenze, tenta di far valere la funzione normativa di cui dispone, per la ricomposizione del sistema internazionale.
Un intero poliedro va ricostruito. Ma quel che fa soprattutto ancora difetto è non tanto la prontezza militare, quanto la presa di coscienza delle nostre opinioni pubbliche che ne va dell’intera stabilità e sicurezza continentale. Con la disponibilità a ‘morire per Kiev’ che ne consegue.
In proposito, la coesione nazionale è più solida in Francia e nel Regno Unito, persino in Danimarca, mentre l’Italia fatica sempre a raccogliersi attorno alla definizione di un interesse nazionale condiviso.
Risucchiata nel pellegrinaggio europeo a Washington, la nostra Premier si è poi trovata a dover fare i conti con le intemperanze di un componente della coalizione di governo. Nell’assurda antica paranoia che continua ad affliggere i nostri rapporti con la Francia.
Un andirivieni che lede la credibilità non soltanto dell’Italia, ma dell’intero impegno europeo.