Due pesi, due misure

di 25 Luglio 2025

Il mondo intero ormai si indigna per l’interminabile, indiscriminata ferocia della reazione israeliana alle efferatezze di Hamas. Nelle nostre coscienze, la guerra in Ucraina è passata in secondo piano. 

Cresce l’insofferenza per il comportamento del Governo israeliano, che va isolandosi nella sua legittima intransigenza, senza che se ne comprenda più però lo scopo ultimo, se non il venir meno della prospettiva di ‘due Stati’, con l’annessione di Gaza e della Cisgiordania, territori palestinesi che rispettivamente Egitto e Giordania hanno abbandonato al loro destino dopo la guerra del 1973. Una pari rassegnazione avvolge la ‘operazione speciale’ della Russia in Ucraina. In ambedue i casi, con l’accondiscendenza, se non la connivenza, dell’America di Trump.

In Palestina, si torna ad evocare il genocidio. In Ucraina, si ripresenta il non diverso holodomor dell’epoca staliniana. In ambedue si palesa l’impotenza, non l’indifferenza, dell’Europa. Fra le due situazioni conflittuali vi è però una differenza essenziale, che dovrebbe comportare una diversa corresponsabilità esterna. Soppesando le rispettive capacità da far valere.

In Ucraina, nonostante le tergiversazioni della casa Bianca, l’Unione continua ad ostentare la propria intransigenza. In Palestina, pur decidendosi ad esprimere la propria indignazione, l’Unione non può far altro che sollecitare la fine delle ostilità.

In Medioriente, inestricabile rimane infatti l’intreccio di responsabilità non soltanto fra le parti in conflitto che rifiutano a vicenda di riconoscersi, ma dei molteplici attori esterni e dello stesso Mondo arabo il cui coinvolgimento rimane indispensabile ad ogni tentativo di mediazione. 

Non è ai tempi di Sykes-Picot che bisogna risalire, quanto alle quattro guerre arabo-israeliane, volte tutte a cancellare l’esistenza di Israele, e all’abbandono della causa palestinese da parte degli stessi Stati arabi.

In Ucraina è parimenti in scena il tentativo di obliterare una nazione, ma le linee del confronto sono precisamente tracciate, con una Russia intransigentemente determinata ad aggredire tanto il suo vicino quanto dichiaratamente quel che definisce l’intero ‘Occidente collettivo’.

In ambedue i casi, ci troviamo quindi, pur diversamente, in presenza di ‘guerre perpetue’ in contraddizione con l’esortazione kantiana, prive di alcuna percepibile via d’uscita. Una situazione in cui le prospettive di affermazione di un’Europa unita rischiano pertanto di rimanere soffocate  nel confronto in corso fra pachidermi, ai quali l’America si va apparentemente associando.

In ambedue i casi, l’invocato cessate-il-fuoco non prefigura il necessario esito di pacifica convivenza. Né d’altra parte, con i suoi appelli alla pace, può l’Europa riuscire a scrollarsi di dosso il peso della propria comprensibile ma sterile angoscia.

Rimane da chiedersi se il sopravvenuto connubio fra il neo-gollismo francese e la Brexit inglese potrà, dall’interno e dall’esterno dell’Unione, rigenerarne la credibilità politica e, conseguentemente, l’incidenza internazionale. 

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