Apprendo che l’Ufficio Analisi e Previsione del nostro Ministero degli Esteri è stato assorbito dalla Direzione Affari Politici, e messo a disposizione del Gabinetto del Ministro. In parole povere, abolito.
A testimonianza di quanto la politica estera italiana si è fatta autoreferenziale, estemporanea, e pertanto evanescente, irrilevante, ininfluente. Nonostante le tante sbandierate affermazioni di principio, si naviga a vista, prudentemente sotto costa.
Dall’immediato dopoguerra, il Quai d’Orsay, l’Auswaertiges Amt, il Foreign Office, persino il Dipartimento di Stato dispongono di propri centri di valutazione e prospezione a più lunga scadenza. A quello della Farnesina era affidata più che altro la stesura delle bozze di discorso per l’On. Ministro, piuttosto che fungere di punto non di propaganda, bensì di raccolta e condivisione del consenso sui temi di politica estera, fra opinionisti, giornalisti, parlamentari, ricercatori, docenti.
Per stimolare una più diffusa consapevolezza dell’interesse nazionale che, in un mondo in rapida evoluzione, non possiamo più limitarci ad affidare ai soliti termini di riferimento europeo e atlantico.
Nella fase di burrascosa transizione che stiamo vivendo, si sa, l’impostazione e la conduzione della politica estera sono affidate ai Capi di Governo. Che vanno tuttavia rifornite non soltanto dalle segnalazioni che le provengono dalle sedi diplomatiche, ma anche da una visione strategica d’assieme, che vada oltre l’immediato. Compito che non può spettare che alla Farnesina. Ad evitare le mere reazioni al comportamento e alle iniziative altrui.
(Non possiamo poi sorprenderci se Trump, nell’intervista concessa alla BBC, fra i suoi principali interlocutori europei ha inserito, nell’ordine, la Gran Bretagna, la Francia e la Spagna (l’unico ad aver rifiutato il 5% di spese per la difesa); non l’Italia che si vanta di aver stabilito un rapporto speciale con Washington).
La dote della miglior diplomazia, diceva il nostro mai dimenticato Roberto Ducci, consiste nel “immaginare il futuro”. Immaginarlo, non prevederne l’esito sempre incerto.
Con l’ottimismo della volontà che Gramsci contrapponeva al pessimismo della ragione.