Non riusciamo a renderci conto che, da oltre tre anni, l’ennesima guerra intereuropea, la quarta, è in corso in Ucraina (la terza era stata ‘fredda’).
Vana è l’esortazione della Bibbia secondo cui “vi è un tempo per la pace e un tempo per la guerra”. Ai confini di un’Unione europea creata per non farla, e pertanto impotente, la guerra divampa, inarrestabile.
L’Atto di Helsinki sulla ‘sicurezza e cooperazione in Europa’ e la caduta del Muro non hanno generato i ‘dividendi della pace’ che ci attendevamo. Né gli ‘accordi di Abramo’ altro hanno prodotto se non l’acuirsi della tensione in Medioriente. Mentre Trump si illude di indurre Putin e Netanyahu a più miti consigli.
Cicerone ammoniva che “in bello silent leges”, ma Sant’Agostino, Tommaso d’Aquino, Grozio si sono adoperati nel fissare criteri per considerarla ‘giusta’. Clausewitz la considerava uno strumento della politica, ma l’antropologa Margaret Mead dissentiva, sostenendo che ”la guerra è un’invenzione sociale, non una necessità biologica”.
All’immediata vigilia della Grande guerra, le Convenzioni dell’Aja tentarono di disciplinarne le modalità. Cinque anni prima dell’avvento di Hitler, il francese Briand e l’americano Kellogg si illusero persino di metterla al bando. Al giorno d’oggi, bisognerebbe semmai riconoscere che la forza militare non è più decisiva: lo si era già capito in Vietnam, poi ancora in Afghanistan, Libia, Irak.
La stessa arma nucleare, da fattore stabilizzante, deterrente, viene oggi utilizzata a fini intimidatori, ostacolando ogni prospettiva di disarmo e non proliferazione, oltre che di pacificazione. Il diffondersi del terrorismo internazionale, ha inoltre contribuito a mandare fuori controllo i fenomeni conflittuali, diventati vieppiù imprevedibili e intrattabili.
Le norme di comportamento sedimentatesi nei secoli si sono corrotte, con il risultato di mettere sullo stesso piano i criminali e coloro che li combattono (“coloro che combattono i mostri finiscono essi stessi per diventare mostri”, diceva Nietzsche).
Da strumento legittimo, talvolta legale, per la tutela della sovranità nazionale e dell’ordine globale, la guerra è così diventata il sintomo del disfacimento del diritto internazionale.
Il che rende ancor più deplorevole la rinuncia dell’Occidente a continuare a farsene tutore e promotore. Pervasiva è diventata la nostra rassegnata indifferenza. Nella constatazione che persuasione, dissuasione, deterrenza faticano ad affermarsi.
L’aggressione russa all’Ucraina viene condonata; il comportamento israeliano a Gaza denunciato; quello americano in Iran invece giustificato. Nessuno dei quali si rivela risolutivo.. La choc-terapia alternata all’accondiscendenza di Trump non si traducono nei necessari stimoli negoziali.
Non è pertanto, come si va dicendo, la guerra a violare il diritto internazionale, bensì, al contrario, il mancato rispetto del diritto internazionale ad aver generato situazioni belliche inedite, ad averne mutato i connotati.
L’annunciato coordinamento operativo fra gli arsenali nucleari francese e britannico, dal didentro al difuori dell’Unione, fornisce il necessario segnale di determinazione dei due Stati europei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nel quale andrebbero ricondotta la gestione delle questioni internazionali
Indispensabile, anche a fini interni, è pertanto tornare a narrare le ragioni e gli ingredienti della politica internazionale. È ‘a monte’ che si tratta ancora e sempre di agire per aggregare una corale adesione a norme condivise. Il compito che da secoli spetta alla diplomazia.
Ancella della politica, quest’ultima ha però bisogno di spazi, o quanto meno di interstizi, di disponibilità al compromesso. Che non si vedono in Ucraina, né in Medioriente. Putin continua a sostenere che la pace sarebbe a portata di mano se smettessimo di dare armi all’Ucraina.
Ineccepibile, ma non nel senso che avremmo auspicato.