Super K

di 4 Dicembre 2023

Henry Kissinger, la quintessenza della diplomazia, ultracentenario, ci ha lasciati alle prese con una scena internazionale dalle componenti purtroppo non molto diverse da quelle che ha dovuto lui stesso affrontare.

L’America, sempre lei, si trova infatti ancora una volta nella necessità di ricorrere alla Cina per aggirare l’ostruzionismo russo sul continente europeo, nonché di far la spola fra i vari interlocutori mediorientali alle prese con l’ennesima crisi regionale. A dimostrazione, se non altro, della persistente rilevanza del ‘metodo kissingeriano’. Che egli solo, però, era in grado di manovrare. 

In qualità di consulente di una successione di Presidenti, così come nell’esercizio delle funzioni di Segretario di Stato, Kissinger poteva vantarsi di aver iniettato dosi del pragmatismo connaturato all’esperienza storica europea nel tendenziale ideale manicheismo della politica estera americana. 

Studioso, a Harvard, della Restaurazione post-napoleonica, presa a modello del riordinamento dei rapporti internazionali post-bellici, Kissinger si fece accurato analista dei sopravvenuti equilibri nucleari, e artefice delle necessarie nuove triangolazioni strategiche fra le ‘superpotenze’. Mai irruento. Impaziente semmai con l’Europa della quale lamentava di non poter trovare il ‘numero di telefono’. Fu pertanto scettico sulla Ostpolitik tedesca.

Lavorando fra le maglie della politica americana e altrui, scardinò il bipolarismo con Mosca, verso una migliore articolazione delle complessità internazionali. Non che i risultati, in Vietnam, in Medioriente, siano stati immediatamente percepiti né si siano consolidati, ma la direzione intrapresa ha conservato la sua validità fino ai nostri giorni. 

Più evidente la sua intransigenza nelle questioni del ‘cortile di casa’ latinoamericano, dove le sue prese di posizione rispondevano al più diretto interesse di Washington. Suscitando le diffuse critiche che hanno scalfito il Premio Nobel conferitogli per la pace in Vietnam (che Le Duc-to, pour cause, rifiutò). I suoi detrattori giunsero ad imputargli un ‘realismo amorale’, machiavellico, estraneo all’indole americana, ma indispensabile per navigare fra i marosi delle sempre mutevoli circostanze nazionali ed internazionali.

“La prova del nove di una politica estera –diceva– è la sua capacità di trovare il sostegno all’interno, da parte dell’apparato burocratico e dell’opinione pubblica. E poiché la burocrazia tende alla routine, mentre l’opinione pubblica tende alla staticità, la politica ha bisogno di una costante riformulazione dei suoi obiettivi, anche per adeguarli a una realtà in continuo movimento”.

Piuttosto che freddamente realista, come molti sostengono, egli si rivelò fautore di quel ‘realismo etico’ che, nel l’affrontare l’emergenza, non perde di vista l’ulteriore scopo ideale. Immaginando il futuro. Nell’accurata combinazione della deterrenza, necessaria a ogni superpotenza, con la distensione, rivolta a formule di miglior coesistenza internazionale. Nel senso indicato da quell’internazionalismo liberale, collaborativo invece che antagonistico, che da un secolo bene o male ispira l’America. 

Eminenza grigia, per decenni, della politica estera americana, Kissinger ha assicurato una qualche continuità nella sua impostazione. Il suo insegnamento permane pertanto essenziale.

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