De te fabula narratur

di 27 Novembre 2023

La crisi in Medioriente ha oscurato l’altrettanto grave confitto in Ucraina. Chiodo schiaccia chiodo, si dirà.

In società occidentali che hanno gradatamente espulso la guerra dalla loro mentalità. Al punto di trincerarsi, dall’Olanda all’Argentina, dietro a populismi nazionalisti, pacifisti, indifferenti a quanto accade nell’immediato loro vicinato.

Le manifestazioni di massa, persino nelle Università (che dovrebbero essere luoghi di riflessione, non di schieramenti), inalberano la sola bandiera palestinese, non quella israeliana; nemmeno più quella ucraina. Che fine ha fatto quella con i colori dell’iride e la parola PACE, che dovrebbe racchiuderle tutte? 

Soffermarsi sulle recriminazioni degli uni o degli altri può alleviare il nostro turbamento, non però assisterci nell’individuare la possibile via d’uscita. In Medioriente, andrà rimossa la causa fondamentale del conflitto, rappresentata da quanti pretendono la distruzione di Israele.

Non soltanto, quindi, Hamas e Hezbollah, ma anche l’Iran e la Turchia che, non arabi, se ne ammantano aspirando all’egemonia regionale, opponendosi inoltre ad ogni ingerenza occidentale, americana o europea. Della quale i paesi arabi, divisi nei confronti di un movimento dichiaratamente rivoluzionario qual’è Hamas, dimostrano invece di non poterne prescindere, confermandone l’indispensabile funzione coagulante.

In Medioriente, come in Ucraina, il ritorno della ‘nazione indispensabile’ conferma quando la ‘pax americana’, per quanto diminuita, non sia ancora tramontata. Svolgendo funzioni di raccordo e di pressione, evitando però di continuare ad impegnarsi direttamente nelle situazioni conflittuali.

In Medioriente come in Ucraina, la coesione occidentale è però ancora e sempre chiamata in causa. Non, come si continua a dire, per imporre i nostri specifici valori, bensì per ostacolare il proposito di quanti, dal Cremlino a Teheran ad Hamas, dichiarano apertamente di opporsi all’ordinamento internazionale vigente, trincerandosi dietro un presunto irriducibile conflitto di civiltà.

In Ucraina, in alternativa al problematico successo della controffensiva ucraina, un consolidamento dello stallo militare decreterebbe comunque l’insuccesso politico e diplomatico di Mosca (Putin si è deciso ad affermare che “dobbiamo pensare a come porre fine a questa tragedia”; non ha però detto come). In Palestina, il trauma del 7 ottobre ha riproposto l’esigenza di una ripresa negoziale, con il possibile più ampio convergente sostegno regionale e internazionale; con l’auspicabile coinvolgimento delle Nazioni Unite e della Lega Araba.

In proposito, dobbiamo renderci finalmente conto che, da quell’undici settembre, il terrorismo internazionale ha raggiunto l’obiettivo propostosi di lacerare la trama dei rapporti internazionali, direttamente o indirettamente. Non soltanto sfidando le democrazie liberali e disgregando alcuni Stati fragili, ma inducendone persino altri a tentare di approfittarne, facendone implicitamente dei complici del terrorismo.

E, quel che è altrettanto grave, confondendo le nostre opinioni pubbliche, che la caduta del Muro ha apparentemente assopito. 

In Ucraina, e ora specularmente in Medioriente, due società pre-moderne, rimaste impantanato nel loro passato, faticano ad adeguarsi a un mondo diventato nel frattempo post-moderno. In ambedue le situazioni, siamo però direttamente coinvolti. Fatichiamo apparentemente a renderci conto che il nostro stesso futuro dipende dall’integrità del sistema internazionale. Che la Russia e Hamas mettono parimenti a repentaglio. 

È anche di noi che si tratta: de te fabula narratur, ci ricordavano gli antichi!

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