La serpe in seno

di 31 Agosto 2023

La morte di Prigozhyn chiude un capitolo della strategia ‘ibrida’ del Cremlino. Senza però aprirne chiaramente un altro.

Per decenni, il Gruppo Wagner è stato la longa manus di Putin, che gli ha lasciato mano libera prima in Siria, poi in Libia, nel Donbas, nel Sahel, infine nella guerra in Ucraina. Assimilati ai contractors americani, i suoi mercenari, lautamente finanziati e opportunamente orientati, hanno operato senza coinvolgere direttamente la responsabilità del governo.

Una finzione che ha però finito con l’allevare una serpe in seno all’autocrate del Cremlino. La guerra in Ucraina ha portato allo scoperto una situazione che Prigozhin stesso ha manifestato rabbiosamente, sfidando i vertici militari, denunciandone l’incompetenza, lanciandosi infine in una ‘marcia su Mosca’ dall’auspicato effetto catartico.

L’epopea del ribelle ne ha comunque fatto un eroe nazionale. Nella traumatica evoluzione degli eventi, Putin si è destreggiato a fatica, dovendosi decidere a tagliare un pollone per salvare la pianta del suo potere. Arrestarlo avrebbe potuto suscitare delle reazioni popolari; l’ennesimo ‘procurato incidente’ ha altrimenti chiuso la faccenda.

Non però risolto le sue possibili ripercussioni, interne ed estere. Rimane fra l’altro da vedere se l’avvenuta decapitazione dell’intera formazione mercenaria comporterà delle alterazioni nei suoi schieramenti all’estero, particolarmente nel Sahel africano.

La vicenda ha comunque rappresentato un’ulteriore testimonianza della fragilità, piuttosto che della risolutezza, di un regime che con la scriteriata aggressione all’Ucraina (come in Afghanistan, più che un crimine, l’ennesimo errore) sembra aver perso l’orientamento. Le debolezze strutturali dell’antica Russia sono tornate alla superficie, nell’ennesima crisi di sopravvivenza, la cui responsabilità Putin riversa sull’Occidente.

“Si è trattato – diceva l’appena scomparsa Hélène Carrère d’Encausse – di un ritorno della Russia a se stessa”. Priva dello slancio rivoluzionario che l’ha sospinta per settant’anni, non ha poi saputo tenere il passo della Storia. “La Russia ha deragliato dal cammino della civiltà;  –diceva d’altronde già de Custine nel lontano 1839 – dovrebbe rendersi conto che soltanto l’Europa può riportarvela”.

Se tale rimane la questione essenziale da affrontare, è anche a un Occidente apparentemente deconcentrato che spetta di riprendere coscienza della propria responsabilità nel tornare a ‘fare la Storia”. Il ristabilimento di un organico rapporto paneuropeo rimane indispensabile alle sorti del mondo.

L’Occidente, lo diciamo anche in Italia, “ripudia la guerra”. Ma, senza un interlocutore, la stessa diplomazia è paralizzata.

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