I limiti dell’autoflagellazione

di 29 Novembre 2022

In risposta alle critiche mosse al Qatar, ospite del campionato di calcio in corso, il presidente della FIFA si discolpa affermando: “considerando ciò che noi europei abbiamo fatto nel mondo negli ultimi tremila anni [sic!], prima di impartire lezioni morali dovremmo chiedere scusa per altri tremila anni”.

Un’indebita autoflagellazione che trova i suoi sostenitori anche nella questione ucraina. Il noto direttore di una rivista di geopolitica sentenzia che “il governo USA aveva due obiettivi: uno dei due, interrompere cioè l’interdipendenza energetica russo-tedesca e russo-europea, è stato raggiunto; l’altro, indebolire la Russia separandola da Pechino, è stato ottenuto”.

Si direbbe che l’Occidente abbia perso la cognizione di sé, rinunciando alla propria identità. Tanto della sua consistenza morale, quanto dei propri interessi strategici. Non soltanto condonando le responsabilità altrui, ma persino assumendole a nostro carico! Un rovesciamento dell’ordine dei fattori che corrode l’ordine internazionale che l’Occidente ha costruito nel 1945, sulle ceneri del proprio passato.

Se, in un mondo sempre più interconnesso, dai gasdotti al calcio, l’Occidente non può impartire lezioni agli altri, dalla Russia al Mondo arabo, non deve nemmeno alimentarne il risentimento. Tornata alla ribalta, la geopolitica richiederebbe piuttosto un pragmatico sangue freddo nel riprendere il cammino faticosamente percorso fin qui.

È dell’intera architettura di sicurezza europea che si tratta. Quella delle regole di comportamento deliberate cinquant’anni fa a Helsinki. Che credevamo acquisite al momento della caduta del Muro. Che Gorbaciov confermò. Che Putin pretese di trasformare in una ‘nuova Yalta’. Risolvendosi infine piuttosto a scatenare la sua aggressione.

Il dibattito che il nostro Parlamento si appresta ad affrontare, nel rispondere alle obiezioni dell’estrema sinistra, servirà a precisare gli umori nazionali, rimasti finora sottotraccia. Esponendoci anche nei confronti dei nostri partner europei.

Nei confronti di una Russia che si estrania dalla comunità delle nazioni, l’Unione europea deve poter far affidamento, non su un esercito comune, scarsamente dissuasivo, bensì sul consolidamento della coesione politica e programmatica dei suoi membri.

Non si tratta di ‘morire per Kiev’. Dobbiamo però renderci conto che l’Europa intera è coinvolta in una guerra che la sovrasta, non soltanto in termini di rincaro delle bollette.

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