Caro amico, ti scrivo…

di 30 Settembre 2022

Caro collega straniero, accreditato in Italia,

ti starai di nuovo chiedendo in che termini riferire al tuo Governo su quanto accade in Italia. Come, questa volta, decifrare l’esito elettorale. Se, soprattutto, nell’attuale drammatico frangente continentale, l’Italia può continuare a considerarsi convintamente aggregata al processo d’integrazione europeo e partecipe del dialogo transatlantico.

Un antico dilemma in cui l’Italia si dibatte è di decidere che cosa farà da grande. Il nuovo schieramento governativo afferma la prevalente necessità di difendere l’interesse nazionale. Quell’interesse che l’Italia repubblicana, sclerotizzata per anni dalla contrapposizione (e dai conseguenti compromessi) fra DC e PCI, non ha mai voluto definire, se non nella generica incondizionata adesione alle organizzazioni internazionali, che ha infatti contribuito a fondare o alle quali ha subito aderito. Affidandosi alla NATO, all’UE, e poi all’ONU, diventate i nostri ‘fattori federativi esterni’.

L’articolo 11 della Costituzione, invocato a sproposito dai sovranisti, nel ripudiare la guerra, aggiunge infatti che l’Italia “consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Accuditi come siamo stati sinora dai nostri partner e alleati, non ci siamo peraltro mai discostati da un cronico neutralismo: amici di tutti, e quindi di nessuno. ‘Indipendenti sempre, isolati mai’, raccomandava invece cent’anni fa Visconti Venosta. Si può quindi argomentare che, al cospetto delle molteplici crisi, interne e internazionali, ‘l’Italia s’è desta’, ma rimarrà radicata nel multilateralismo?

Andrà scongiurato il ritorno, non al regime fascista, quanto piuttosto al ‘sovranismo’ autarchico, che del fascismo fu il carattere distintivo. A quel riflesso nazionalista, intriso di nativismo, protezionistico, euroscettico, nella scia dei vari Trump, Johnson, Orban, agorafobico rispetto all’avvenuta globalizzazione delle condizioni internazionali. Ricordandoci che altre volte, in passato, per certe ambiguità risoltesi in sbandate politiche o economiche, l’Italia è stata messa al bando dai suoi alleati e partner.  

L’avvento della destra radicale non va considerato soltanto come lo strascico della protesta populista iniziata quattro anni fa. Abbiamo semmai scoperto che, alla caduta del Muro, i nostri schieramenti politici hanno subito uno smottamento tettonico. La DC (con Renzi, Letta e i loro sodali) si è impossessata del moribondo PCI; i cui ‘puri e duri’ (‘dalemiani’) sono andati ad ingrossare le fila dei ‘pentastellati’; mentre i ‘fratelli’ hanno occupato il vuoto verificatosi a destra, fagocitando ‘leghisti’ e ‘forzisti’. Riproponendo pertanto, seppur diversamente, l’antica netta contrapposizione fra ‘destra’ e ‘sinistra’. Rispetto alla quale un’inedita ‘terza forza’, centrista, tenterà ora di costituire l’ago della bilancia, o quanto meno di riassorbire l’astensionismo, presentandosi in veste di ‘riserva per la Repubblica’.

Le persistenti nostre fratture politiche hanno  detronizzato il ‘tecnico’ che le aveva mascherate. La coalizione elettorale di centro-destra rimarrà eterogenea, mentre un contrapposto raggruppamento a sinistra ha dimostrato di non potersi amalgamare. Le scosse di assestamento saranno pertanto molteplici, allo stesso interno delle varie formazioni politiche, mentre permane la tensione fra nord produttivo e sud assistenziale, che la Lega si era gettata alle spalle e i Cinque Stelle hanno ora sfruttato.

Il treno per Kiev, con Draghi a bordo assieme a Macron e Scholz, ci aveva illuso di esserci finalmente installati nel primo vagone del convoglio europeo. Appesantita dalla sua scarsa leggibilità politica, l’Italia rischia ora di tornare nei vagoni di coda. Non è però per ragioni di ideologia politica, bensì di economia, del livello del suo debito pubblico, che rimaniamo ‘sub judice’, giacché la generosità dimostrataci dal PNRR rimane condizionata a riforme strutturali che rimangono da realizzare, pena l’immediata trasformazione del prestito in ulteriore debito. 

Come nell’immediato dopoguerra, l’Italia deve tornare a rendersi conto che la politica estera è più che mai il fattore determinante della sua stessa politica interna. Né potrà indignarsene, nel continuare a fare del piccolo cabotaggio. In un mare più che mai aperto e turbolento, la nostra politica estera rimarrà la cartina da tornasole della nostra credibilità e affidabilità. È ancora e sempre sulla scena internazionale che ‘si parrà la nostra nobilitate’.

“Esse est percipi”, ricordavano Berkeley e il nostro Pirandello. Una nazione immemore, inconsapevole, refrattaria a ogni introspezione, eternamente adolescente, indifferente alla realtà del mondo circostante, continua di conseguenza ad aver bisogno della rispondenza dei parametri esterni ai quali si è finora sempre riferita. I condizionamenti internazionali, europei e atlantici, non si sono dissolti; tutt’altro. Putin ce ne dà conferma.

L’Italia, immersa com’è nel Mediterraneo, rischia altrimenti di tornare nell’emarginata periferia del continente. A danno della dichiarata ‘Unione sempre più stretta’, alla quale le circostanze la chiamano a contribuire. Ne va della coerenza dell’intero Occidente.

Più che mai, è quindi ai nostri partner europei (che ne sarà del Trattato del Quirinale?) e americani (quid dello schieramento anti-Putin?), alla Commissione europea (Van der Leyen docet) che spetta l’ingrato compito di continuare ad esortarci a mantenere la rotta percorsa sinora assieme.

È in tal senso che mi auguro vorrai riferire al tuo governo.

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