Il passato come prologo

di 12 Settembre 2022

Il passato non è che il prologo, sosteneva Shakespeare.

In poco più di una settimana se ne sono andate due persone che hanno incastonato la fine del secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Due protagonisti, di calibro diverso, che hanno rappresentato, l’uno il rivoluzionario, che ha posto fine all’Impero sovietico cercando l’Europa, perdendo poi il controllo di quanto aveva innescato; l’altra, la conservatrice, che di un altro Impero ha gestito la fine, con i relativi ripetuti cambi di rotta di una nazione ridimensionata nei confronti dell’Europa. Alle prese ambedue con le molteplici peripezie di un’era di transizione che non si è esaurita.

Rimanendo peraltro ambedue ai margini del continente, ai suoi due estremi geo-politici, quali punti di riferimento ai quali l’Europa dovrà continuare a commisurarsi. Dal canto loro, i successori di Gorbaciov e della Regina Elisabetta dovranno preoccuparsi di rimettere in carreggiata le loro nazioni, diversamente disorientate.

Per mantenere il Regno unito, sotto la guida Carlo III, i successori di Johnson dovranno chiarire i rapporti interni ed esterni, strategici oltre che economici, di una nazione che vuole tornare a proporsi come ‘globale’. Altrettanto necessariamente, la Russia dovrà prima o poi decidersi a ritrovare  la propria collocazione internazionale, in Europa e nel mondo.

È nei loro confronti, al cospetto della situazione in Ucraina, che l’Unione europea è chiamata a manifestarsi come attore politico consistente e credibile. Alzando il proprio comune denominatore strategico-politico, non soltanto militare, ma parimenti in termini di risorse energetiche e di solidarietà sociale.

Macron ha evocato ha evocato la necessità di costruire una ‘Comunità politica’ affiancata all’Unione, comprendente  non soltanto i paesi candidati di Ucraina, dei Balcani occidentali, di Moldavia, Georgia, Armenia, ma anche coloro che, pur rimanendone fuori, come appunto, oltre al Regno Unito, la Norvegia, ne condividono i valori e le aspirazioni. Dopo molte comprensibili esitazioni, la Germania di Scholtz, al suo ritorno da Washington, ha deciso di sostenere l’iniziativa.

Riattivando quell’asse trainante franco-tedesco al quale l’Italia si era brevemente illusa di potersi associare. Una prospettiva che la nostra improvvisa campagna elettorale ha sospeso, forse allontanato: all’illusorio ‘sovranismo’ di un’Italia che ‘farà da sé’ si unisce il riemerso ‘neutralismo attivo’ di chi tentenna sulle sanzioni. Comunque vada a finire, il periodo di assestamento che ne conseguirà rallenterà l’ulteriore processo integrativo europeo.

Nella nostra palese indifferenza alle cose del mondo in drammatica transizione che ci circonda, l’interesse nazionale rimane evanescente, mentre si conferma la tendenza nazionale ai ‘giri di valzer’. Della quale Mosca da tempo si avvale nel tentativo di lesionare i rapporti transatlantici. William Faulkner ammoniva che “il passato non è morto; non è nemmeno passato”.

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