Mikhail Sergeyevich…

di 31 Agosto 2022

L’errore che l’Occidente può imputarsi per l’attuale stato dei suoi rapporti con la Russia non è, come si dice, l’accerchiamento operato dalla NATO, bensì l’aver fidato nel comportamento e le dichiarazioni di Gorbaciov.

A lui si deve infatti non soltanto il tentativo di riforme interne della perestroika e della glasnost, ma anche, sulla scena internazionale, una successione di prese di posizione radicalmente innovative:

l’immediato incontro con Reagan a Reykjavik nel 1986, che ipotizzò una ‘opzione zero’ nucleare; il discorso del 7 ottobre 1988 all’Assemblea Generale dell’ONU, che decretò la conversione della Russia al multilateralismo; l’abbandono della ‘Dottrina Brezhnev’ nei confronti dei paesi satelliti, che condusse alla caduta del Muro; l’incontro subito dopo a Malta con Bush padre, rivolto ad instaurare una “nuova era di collaborazione”; la ‘Carta di Parigi’ dell’OSCE del 1990, che esaltò la ‘casa comune europea’.

Guido Lenzi insieme a Mikhail Gorbaciov

Un patrimonio accumulato, che gli valse il Premio Nobel (che non gli fu consentito di ritirare), ma che andò disperso da un tentato colpo di stato nell’agosto, e dalla conseguente iniziativa di Eltsin di decretare la dissoluzione dell’Unione sovietica. E Putin ha infine rinnegato, con le conseguenze che sono sotto i nostri occhi.

Gli accenti wilsoniani del discorso alla nazione con il quale, il 25 dicembre del 1991, si dimise prendendo atto della disintegrazione dell’URSS rappresentò il suo conciso testamento politico.

L’illusione svaniva che fossimo tornati alle origini dell’internazionalismo liberale onusiano. Una Russia rediviva languì per un altro decennio, mentre Gorbaciov si ritirò discretamente dietro le quinte, facendosi patriotticamente vivo di tanto in tanto, in difesa di un astratto pacifismo e della denuclearizzazione, più che del crescente vittimismo ostentato dai suoi successori.

L’avvento di Putin è infine servito a dimostrare quanto la ‘Santa Madre Russia’ si dibatte ancora e sempre nell’inestricabile contrapposizione fra le sue due anime: quella ‘occidentalista’, riformista, di Pietro il Grande, che riformò drasticamente l’amministrazione e fondò San Pietroburgo, e poi di Caterina, amica di Voltaire e di Diderot; e quella, reazionaria, degli ‘slavofili’, che pungolano oggi Putin, il quale ne usurpa pubblicamente l’eredità.

Dobbiamo dedurne che Gorbaciov ha dimostrato che la Russia è irriformabile, per le rigidità strutturali interne tanto quanto per la mancata rispondenza di una popolazione irrimediabilmente assoggettata? Che rimanga estranea ad un’Europa che della Russia necessita per essere sé stessa?

Michail Sergeyevich, al cospetto di quel che accade in Ucraina, l’Europa e l’Occidente non ti rimpiangeranno mai abbastanza.

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