Nel frattempo, in Estremo oriente…

di 10 Agosto 2022

Il disgregarsi del tanto deplorato unilateralismo americano che, dopo la fine della Guerra fredda, ha retto la barra dei rapporti internazionali, ha suscitato l’inatteso insorgere, altrettanto unilaterale ma diversamente ispirato, degli altri due principali attori, russo in Europa e cinese in Estremo oriente, sulla scena internazionale.

Con l’Europa rimasta incautamente in platea. È all’America che l’Europa continua infatti ad affidare le proprie sorti, costringendola ad una sovraesposizione che finisce col turbare gli equilibri strategici, con ripercussioni sullo stesso rapporto transatlantico.

La visita a Taiwan della Presidente del Congresso americano Nancy Pelosi (prossimo Ambasciatore a Roma?) ha suscitato anche da noi un sussulto di improvvisata perplessità. Trascurando quanto, nell’attuale fase di transizione dei rapporti internazionali, il moltiplicarsi dei segnali sia invece quanto mai opportuno, in  alternativa al moltiplicarsi di dirette confrontazioni.

Né si può escludere che il viaggio sia stato concordato con il Presidente Biden, nella distinzione delle rispettive funzioni costituzionali, rispettivamente decisionale e deliberativa. Anche ad evitare che, nell’agenda americana, le urgenze ucraine oscurino l’evolversi della situazione in Estremo oriente.

Nella perdurante, intimidatoria, ostentazione militare di Pechino nei mari a lei contigui, l’ennesima missione del Congresso americano è pertanto servita se non altro a confermare l’impegno di Washington al mantenimento dello status quo e della stabilità regionale. Opponendosi all’affermarsi di quel sistema multipolare, di sfere di influenza esclusive, che Pechino e Mosca rivendicano, in contraddizione con quello multilaterale indicato dalla Carta dell’ONU.

Non vi si deve pertanto individuare l’ennesima sfida di un’America arrogante, bensì piuttosto la dichiarazione di un suo diretto interesse in una regione, quella dell’Indo-pacifico, alla quale, geograficamente e strategicamente, appartiene. Un impegno al quale anche l’Europa dovrebbe partecipare più incisivamente, non al traino del suo alleato transatlantico, bensì con il valore aggiunto di cui dispone. 

Non nella scia dell’America, né confondendosi nel G7 che ha approvato l’iniziativa della Pelosi. Adoperandosi nei confronti, non tanto di Pechino quanto piuttosto dei paesi minori dell’area, che continueranno altrimenti a subire le iniziative altrui. Altrettanto dovrebbero decidersi a fare gli alleati regionali dell’America, Giappone e Corea del Sud. Piuttosto che in termini di presenza militare, in un’opera di tessitura diplomatica, dall’Indocina alle isole Salomone, rivolta a scuoterli dall’atavico fatalismo, del quale la politica espansionista ostentata da Xi intende avvalersi.

La Cina, lo sappiamo, è ormai vicina. Ma l’Unione europea fatica ad elaborare una propria risposta congiunta. Per il suo ritardo nel pensare strategicamente oltre il suo più immediato vicinato. Sempre in attesa di un ‘nucleo duro’ di Stati trainanti, del quale l’Italia dovrebbe decidersi a far parte.

Lo stato confusionale preelettorale italiano conferma invece l’incoscienza nella quale la nostra opinione pubblica è vissuta per decenni. Etero-diretta e protetta, non ha mai acquisito irrimediabilmente ‘piatto’.

La Storia sta cambiando, scorrendo in molteplici rivoli, nei quali non possiamo più limitarci a galleggiare. 

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