I contraccolpi

di 23 Maggio 2022

Lo scopo, e pertanto l’esito, della sconsiderata iniziativa di Putin in Ucraina rimane incerto. Se ne devono però già registrarne i contraccolpi. Non soltanto sul sistema dei rapporti internazionali, che andrà rammendato, ma nella stessa coscienza delle nazioni occidentali, che del dubbio e dell’autocritica hanno sempre fatto il loro marchio di fabbrica.

Le ripercussioni sono particolarmente evidenti in Italia, che ancora una volta traballa. Al punto che dopo un insulso dibattito parlamentare Draghi, indomito e paziente, ha ritenuto opportuno rivolgersi alle nuove generazioni, esponendo ad una scolaresca l’abc dei rapporti internazionali.

Il Presidente del Consiglio giganteggia, ma i partiti da lui radunati tentennano, appiattiti nella loro eterna, inesorabile campagna elettorale. Messa a confronto con l’ennesima grave emergenza internazionale, l’equidistanza della quale ci gloriamo si traduce in emarginazione: nel dichiararci amici di tutti, finiamo con l’essere amici di nessuno. Nel suo astratto idealismo, lo stesso cosiddetto ‘piano di pace’ italiano diventa irrilevante per tutte le parti in causa.

Ostinatamente, ripetitivamente, si evocano da noi presunte divergenze transatlantiche, affermando persino che in Ucraina si sarebbe sostanzialmente in presenza di una guerra ‘per procura’ fra America e Russia; che sulle due sponde dell’Atlantico gli interessi non sono gli stessi; che le sanzioni danneggiano soprattutto chi le proclama; che l’Europa deve decidersi a dotarsi di una ‘autonomia strategica’, con un proprio esercito.

Evidente è invece quanto Biden abbia colto l’occasione per rinsaldare e allargare l’ambito dell’Alleanza atlantica, sollecitando l’Europa ad assumersi le sue specifiche responsabilità. In una ripartizione dei rispettivi diversi compiti fra un’America ‘hard’ e l’Europa diversamente ‘soft’.

Non di una dissociazione transatlantica, lo scopo ricorrente della Russia, si può pertanto disquisire. Vi è piuttosto da scongiurare che Washington e Mosca tornino a decidere fra di loro, bipolarmente, del futuro del continente, sulla testa dell’Ucraina e della stessa Europa.

Vero è però che, nei momenti cruciali, è all’America piuttosto che all’Europa che l’Italia si aggrappa. Mentre Draghi condivide con Biden l’intransigenza e persino la terminologia (“massacri, macelleria”), Macron, a nome dell’Unione, afferma che Putin non va umiliato.

Per Washington come per Bruxelles, non serve comunque irrigidirsi negli schemi istituzionali della NATO e dell’UE. Considerando, ad esempio che il Regno Unito, stato nucleare membro permanente del Consiglio di Sicurezza appena uscito dall’Unione europea, ha concesso la propria protezione a Finlandia e Svezia; un impegno che la Turchia, membro della NATO, invece osteggia.

Nei confronti di Mosca, la dissuasione e il contenimento, che sono serviti egregiamente durante la Guerra fredda, non funzionano più. Bisognerebbe pertanto traguardare la crisi in Ucraina, e rivolgere l’attenzione al più vasto mondo. Con un’opera di aggregazione della più  ampia comunità internazionale, rimasta finora in disparte dalla contesa fra i cosiddetti Grandi.

L’America di Biden torna a dedicarsi all’altra sua sponda asiatica, per consolidarvi le solidarietà economiche e militari, ad evitare che la Cina possa trar profitto dalla distrazione europea. Una sfida di proporzioni altrettanto impegnative, dalla quale la stessa Europa non può astrarsi, proponendosi anch’essa non in una funzione subalterna a Washington, bensì mettendo la propria specifica esperienza a disposizione delle nazioni dell’Indo-Pacifico.

Alzando lo sguardo, lo stesso Andrey Kortunov dell’International Affairs Council russo riconosce che la situazione in Ucraina va gestita accuratamente: ”se non vi sarà alcun accordo e il conflitto perdurerà in una serie di precari cessate-il-fuoco inframmezzati ad altrettanti sussulti bellici, si può prevedere un decadimento delle istituzioni regionali e globali. Le inefficienti istituzioni internazionali collasseranno in un’accelerata corsa agli armamenti, la proliferazione nucleare e la moltiplicazione dei conflitti regionali. In un maggior caos internazionale”.

Per quanto ci riguarda più da vicino, Jan Kollar, poeta slovacco della prima metà dell’Ottocento, citato da Kundera nel suo illuminante “Un Occidente prigioniero” che Adelphi ha opportunamente ripubblicato, diceva che: “i piccoli popoli pensano e sentono soltanto a metà; il loro livello di istruzione è spesso mediocre ed esiguo; siccome non vivono, non fanno che sopravvivere”.

Allora l’Italia non era ancora nata, ma non pare che nel frattempo sia molto cresciuta.

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