Il risveglio occidentale

di 17 Maggio 2022

L’azzardo di Putin gli si sta rivoltando contro: isolando la Russia dal novero delle nazioni che contano; esponendola nel Mar Nero; imbottigliandola nel Baltico. Prigioniera, ancora e sempre, dell’antico suo dilemma fra slavofili e occidentalisti. Pietro il Grande ed Emmanuel Kant si staranno rivoltando nella tomba.

“L’allargamento della NATO non è mai stato una causa della decisione di Putin di invadere l’Ucraina, ma ne è certamente la conseguenza”, osserva Natalie Tocci, Direttore del nostro Istituto Affari Internazionali. Comunque vada a finire, l’intero assetto di sicurezza continentale si sta assestando; su basi meno precarie di quelle impostate nell’immediato dopoguerra.

Un conflitto che nell’Europa centrale non si era risolto in un Trattato di pace, bensì nel condominio fra le potenze vincitrici. Non più di rigorosa divisione delle sfere di influenza stabilite a Yalta, né delle comuni norme di comportamento concordate nel 1975 con l’Atto finale della CSCE a Helsinki, né purtroppo nemmeno della ‘casa comune’ delineata dallo stesso Gorbaciov con la ‘Carta di Parigi per una nuova Europa’ del 1990, si può più ormai trattare.

Sconvolto, paradossalmente, è stato infatti quel ‘nuovo sistema di sicurezza europeo’ che Mosca stessa avrebbe voluto giuridicamente vincolante, riproponendolo all’immediata vigilia della sua aggressione. Gli schieramenti prudenziali che hanno accompagnato la Guerra fredda, basati sul contenimento e la dissuasione, si sono dissolti. La Finlandia ritiene di doversi sbarazzare della sua ‘finlandizzazione’; la Svezia abbandona il rigoroso non-allineamento militare nel quale per ben due secoli si era rifugiata; l’Austria si scuote dalla neutralizzazione impostale alla fine della guerra (persino la Svizzera si schiera politicamente al loro fianco).

Un’evoluzione che, si dovrebbe ritenere, va a complemento della loro adesione all’Unione europea; a dimostrazione del persistente rapporto funzionale fra l’Europa e l’America; a conferma delle limitazioni alla ‘autonomia strategica’ alla quale l’Unione dichiara di aspirare.

L’ulteriore allargamento della NATO, alleanza difensiva basata sul consenso, rimasta a lungo interdetta nel fuoco incrociato delle opposte critiche di ‘morte cerebrale’ e di ‘intenti aggressivi’, va considerato come un’espressione di solidarietà politica più che un irrigidimento militare, dati i rispettivi collegamenti operativi esistenti da tempo. Ad esso si affianca l’allargamento dell’Unione europea che, con l’accettazione dell’Ucraina quale ‘stato candidato’, da presunta concausa della crisi nel 2014, si propone ora come suo possibile sbocco.

Anche se Erdogan e Orban vorrebbero tenerla in sospeso, la geometria geo-politica dell’intero continente ne sarà ridisegnata. Sia pure con i tempi necessari al suo assestamento. Tenendo presente che il meccanismo di adesione all’Alleanza atlantica è meno laborioso di quello che presiede all’integrazione nell’Unione, legato com’è ai parametri di buon governo stabiliti a Copenhagen nel 1993. Ciò che da ulteriore alimento al progetto di un’Europa a più velocità, a cerchi concentrici, confederale.

Sarà questione di un’intera generazione, forse due. Ne andrà peraltro della stessa sopravvivenza del sistema internazionale liberale del quale, con alterne fortune, l’Occidente euro-americano, da un secolo, si è fatto paladino. Che, a tal fine, dovrà ora dedicarsi ad aggregare gli Stati non europei ma che nell’Occidente si identificano, estraendoli dal ‘non-allineamento’ nel quale si sono rifugiati durante l’intera Guerra fredda.

Tornando con loro alla casella di partenza dello Statuto delle Nazioni Unite, dal quale Mosca subito si dissociò, con le conseguenze implicite ma inattese che stiamo vedendo.

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