Festival dei collegi

di 2 Maggio 2022

L’intervento di sr Anna Monia Alfieri

Ringrazio di cuore gli organizzatori di questo bellissimo evento per avermi onorata dell’invito a dare, attraverso questo mio intervento, il mio contributo alla riflessione. Eventi come quello che stiamo vivendo assieme consentono di percepire tutta la ricchezza e la vivacità della proposta culturale ed educativa dell’Università Cattolica, una ricchezza e una vivacità ulteriormente arricchite dalla realtà dei Collegi universitari che consentono a chi abita lontano di poter compiere i propri studi universitari in modo serio e in quella sana allegria così tipica dei rapporti che si creano tra gli studenti collegiali. Serietà e allegria sono, tra l’altro, due caratteristiche fondamentali del progetto educativo della Congregazione cui appartengo, le Suore di Santa Marcellina, una realtà tipicamente milanese, proprio come l’Università Cattolica. Mi sento poi particolarmente emozionata per tutta una serie di motivazioni legate alla mia vicenda personale: ho studiato presso questa Università. Inoltre San Paolo VI, figlio di un’ex allieva del mio Istituto, era amico di Padre Gemelli, ed erano entrambi convinti sostenitori del ruolo del laicato e della sua formazione a trasformare dall’interno la società, mediante l’Azione cattolica e l’Università. Mi sento pertanto inserita in un fluire continuo di persone e di eventi che hanno fatto grande la nostra storia.

Come sa chi mi conosce, ho deciso di dedicare la mia vita, mediante la scelta della vita consacrata, ai giovani, nel servizio della scuola e della cultura. Pertanto i temi oggetto del dibattito odierno mi sono carissimi.

Vorrei, allora, condividere con voi qualche considerazione che nasce dalla mia esperienza diretta sul campo di battaglia della scuola e di tutto ciò che gravita attorno ad essa, in termini di persone, di strutture, di approcci.

Sono da sempre convinta che la scuola è lo specchio della società: se la società è in crisi, anche la scuola lo è; dall’altra parte, la via di uscita dalla crisi passa sempre necessariamente dalla scuola e da tutte le realtà educative che operano nella nostra società. Del resto la società è formata dalle persone e le persone vanno educate.
Voglio subito chiarire: ogni realtà educativa (scuola, associazioni laiche ed ecclesiali, movimenti, realtà sportive) educa attraverso gli strumenti che le sono propri e peculiari. La scuola non è un oratorio, non è una associazione sportiva.
La scuola, pertanto, e faccio riferimento ad essa perché la conosco bene, educa attraverso 1) le persone legate da rapporti gerarchici (gestori, presidi, docenti, assistenti) e a vario titolo coinvolte (docenti, genitori, allievi), 2) gli strumenti che, nel caso della scuola, sono quelli della cultura.
Va poi aggiunto che ogni realtà che nasce all’interno della Chiesa aggiunge ai due elementi sopra citati una particolare visione, che è quella del Vangelo, una visione resa ancor più particolare dalla sfumatura che i diversi carismi educativi le conferiscono. Una molteplicità di strategie e di visioni indirizzate ad un unico fine, ossia il bene dell’uomo.
L’educazione, a qualsiasi fascia di età sia rivolta, non è mai neutra. A maggior ragione, neutra non
può essere un’offerta formativa che si pregi dell’aggettivo di cattolico. Questo va detto e va ripetuto opportune, importune, come dice San Paolo. È un presupposto che è stato dato per scontato per anni ma che ormai scontato non è più. Tra i tanti aspetti che ho imparato negli anni c’è proprio questo: mai dare per scontato nulla, soprattutto quando si ha a che fare con le persone in formazione. Dare per scontato significa confondere, al contrario educare significa mettere ordine, dare idee, poche ma chiare.

Un primo aspetto sul quale desidero portare brevemente la vostra attenzione è la costatazione dell’emergenza educativa attuale. Se ne parla, è vero, da anni. Il primo a coniare l’espressione fu Papa Benedetto XVI.
Questa emergenza è stata acuita dalla pandemia che stiamo vivendo e dalla guerra in Ucraina. La pandemia, oltre ad aver rappresentato un’emergenza sanitaria, si è dimostrata, forse maggiormente, un’emergenza educativa. La clausura imposta a ciascuno, la didattica a distanza (con tutte le difficoltà che sappiamo) hanno fatto vivere in maniera drammatica e in forma nuova la dimensione della solitudine. E nella solitudine non si educa. L’educazione ha bisogno, infatti, della dimensione corporale, ha bisogno del contatto. I giovani, di tutte le età, si sono ritrovati soli. Questa solitudine è stata acuita anche dalla crisi della famiglia: quante coppie sono entrate in crisi perché non abituate a vivere assieme, perché avvezze a ritmi di vita logoranti che hanno portato i coniugi a vedersi per poche ore.
Paradossalmente, in tanti casi, l’occasione educativa dei genitori, data dal loro stare con i propri figli,
è andata persa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: aumento del tasso dell’abbandono scolastico, crescita degli episodi di violenza giovanile.
A complicare ulteriormente la situazione si è messa la guerra: se il covid, in qualche modo, è capitato, la guerra l’abbiamo voluta noi, non solo il Presidente Putin. E la guerra diventa un’emergenza educativa non tanto perché le scuole hanno dovuto accogliere gli esuli ucraini ma, soprattutto, perché ha generato nei giovani delle domande alle quali noi adulti non siamo in grado di rispondere. E, se davanti alle domande dei giovani, gli adulti non sono in grado di rispondere, cessa qualsiasi occasione educativa.

Il secondo aspetto di questa mia semplice riflessione discende dal primo e riguarda, possiamo dire, un aspetto metodologico. Se consideriamo le nostre risposte alla emergenza educativa, ci accorgiamo che abbiamo sempre privilegiato la dimensione della competenza, ossia il saper fare, e non la dimensione della conoscenza, la bellezza del sapere in quanto tale.
La grande novità della didattica dei nostri giorni sono appunto le competenze. Ora, senza voler generalizzare né, tantomeno, sottovalutare le ragioni che hanno portato a questa sottolineatura dell’aspetto delle competenze, è lecito chiedersi se tutto questo sia la giusta risposta alla crisi. Il saper fare, infatti, offre una risposta all’immediato, al presente. Essa, però, non tiene conto del come si faceva né del come si farà.
Il limitarsi alla competenza offre, dunque, una risposta al bisogno di adesso, ma non tiene conto di una dinamica essenziale alla vita dell’uomo, ossia la dinamica del tempo e del suo fluire. Il sapere, quello vero, è, al contrario, un elemento unificatore tra passato, presente e futuro. Questa dimensione unificatrice pertiene ontologicamente al sapere, in quanto la conoscenza ha a che fare con l’uomo e la sua vita, altrimenti si scadrebbe nel nozionismo. Allora, ecco perché la competenza da sola non salva dalla crisi, perché non considera l’uomo o, meglio, considera l’uomo di oggi senza considerare la dimensione di ieri e quella di domani. Una ricerca della conoscenza con orizzonti limitati al presente non può che presentare soluzioni dagli esiti incerti se non addirittura perniciosi.

Arrivo al terzo aspetto citando un grande italiano: Carlo Azeglio Ciampi. Illustre economista, alle sue scelte in campo economico l’Italia deve molto. Tutti sappiamo che ha esordito come professore di Latino e di Greco. È solo un esempio, ne potrei fare tantissimi altri.
Quello che mi preme far capire è che tutto ciò che apparentemente non ha un valore economico,
tutto ciò che riguarda il passato contribuisce alla formazione del pensiero e pertanto dell’azione. Perché i Gesuiti nel corso del XVII secolo elaborarono per i loro collegi, destinati ad essere frequentati dai figli della nobiltà europea, una ratio studiorum tutta fondata sulla conoscenza dell’antichità greca e romana? La risposta è semplice: perché quel tipo di studi consente di studiare l’uomo in quanto tale, di scoprire quelle dinamiche legate alla vita stessa e destinate a ripetersi immutate nelle diverse epoche. Allora si scopre una dimensione economica in tutto ciò che apparentemente nulla ha a che fare con l’economia. Per inciso: se fossimo in grado di sfruttare pienamente le potenzialità economiche del nostro patrimonio artistico, sicuramente la nostra economia avrebbe caratteristiche ben diverse!

Quarto aspetto da considerare. Abbiamo parlato di emergenza educativa e di vera conoscenza. Abbiamo ancora due dimensioni cui accennare, ossia libertà e responsabilità. La conoscenza, quella in grado di tenere assieme passato, presente e futuro, consente all’uomo di essere libero, ossia di guardare alla realtà con occhio scevro da qualsiasi condizionamento esterno. Questa libertà, però, non è una qualità fine a se stessa. Non sarebbe vera libertà, esattamente come non ci sarebbe vera conoscenza.
La libertà, infatti, implica sempre la dimensione della responsabilità, per sé e per gli altri, del mettere
a disposizione i propri talenti per il bene comune. E’ un principio questo mai abbastanza sottolineato. La dimensione della responsabilità è di fondamentale importanza, perché evita la chiusura, evita la solitudine e genera nell’uomo l’idea che nemo sibi vivit, nemo sine moritur. Al di là delle risposte che ognuno di noi dà ai propri dubbi e alle proprie domande di senso, l’apertura responsabile all’altro, chiunque egli sia e in qualsiasi condizione si trovi a vivere, genera nell’uomo prospettive che lo liberano e lo preservano dalla chiusura e dalla disperazione.

Ecco, io credo che il valore aggiunto degli studi, a qualsiasi livello, compiuti presso una realtà della Chiesa, quale l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sia proprio questa dimensione responsabilizzante e liberante della conoscenza che salva dalla chiusura, da formule e stereotipi. Avere una mentalità aperta non vuol dire accettare tutto supinamente, non vuol dire mettere sullo stesso piano tutto ciò che la cultura di oggi ci propone: al contrario, significa conoscere e distinguere ciò che è buono e ciò che non lo è. Questo vuol dire essere individui liberi e capaci di mettersi in continua ricerca. Vi auguro che lo possiate diventare!

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