La sfida che siamo chiamati ad accettare: l’accoglienza e l’integrazione degli studenti ucraini

di 23 Marzo 2022

Pensavamo che, usciti dall’emergenza del Covid, le nostre vite sarebbero ritornate ad una sorta di normalità. Invece no, siamo passati da un’emergenza sanitaria ad una bellica, la prima ce la siamo ritrovata, la seconda l’abbiamo voluta.

Fatto sta che la scuola italiana è chiamata ad una nuova sfida (occorre esserne consapevoli): quella dell’accoglienza dei profughi che scappano dalle bombe. Come è avvenuto per il covid, così avviene ora davanti agli esuli ucraini. Superata la prima fase di incredulità e sconcerto, occorre rimboccarsi le maniche per trovare soluzioni al fenomeno, soluzioni degne dell’essere umano. 

Accogliere, infatti, non significa solo dare una coperta, un abito decente e un pasto caldo, aiuti assolutamente indispensabili; accogliere significa anche integrare, significa fare sì che il giovane studente non si senta parcheggiato, non si percepisca come un diverso, come oggetto di un aiuto emergenziale, ma si percepisca  come persona che, nel dramma dell’aver abbandonato la casa e il proprio Paese sotto le bombe, si sente chiamato a vivere una nuova dimensione della sua esistenza, aperta comunque alla speranza.

Allora diventa urgente predisporre un serio percorso di alfabetizzazione italiana, un percorso di supporto psicologico, cercare di far sì che il profugo, soprattutto minorenne, percepisca il suo arrivo come l’inizio di una fase nuova della propria vita. Certo, non conosciamo la dimensione quantitativa del fenomeno migratorio né ci è nota la tempistica della permanenza dei cittadini ucraini nel nostro Paese: sicuramente è possibile ipotizzare un periodo di almeno due/tre anni, a seconda di come e quando avverrà la ricostruzione e il ripristino di civili intese democratiche tra le nazioni belligeranti. Non è questa la sede per fare considerazioni di politica estera: certo è che registriamo un fallimento dell’Europa nella gestione dei suoi rapporti con la Russia. Confido che il riscatto arrivi proprio dal tema dell’accoglienza e dell’integrazione scolastica.

La considerazione di base rimane sempre la stessa: la pace si costruisce sull’integrazione e non sul parcheggio che crea nuovi ghetti. La grandezza dell’Europa che noi conosciamo è nata dall’integrazione di culture diverse (greco – romana, ebraico – cristiana, germanica, illuministica), mentre l’attuale civiltà europea è il risultato dei muri che abbiamo alzato, della chiusura all’accoglienza, di una scuola fragile culturalmente, dell’indulgenza verso il profitto sfrenato di chi scorrazza nei nostri porti con “barche” da 800 milioni di dollari… 

Se ci è chiara questa realtà – come pare esserlo a ciascuno di noi – occorre che la scuola pubblica tutta, paritaria e statale, sia messa nelle condizioni di lavorare proficuamente per l’integrazione, creando le basi della società europea del domani. 

Dunque sono necessari investimenti di tempo, energia, danari, forze, secondo le seguenti direttive: a) fondi per i mediatori linguistici, b) solidarietà pubblico-privato per la ricerca degli spazi, c) gradualità di una intelligente proposta culturale ed educativa che non deve vedere la scuola italiana come parcheggio per una improbabile DAD con il martoriato Paese di origine. Questo aspetto è necessario che sia chiaro a tutti perché è il cuore della sfida a cui è chiamata la Scuola Italiana.

Difatti come ha ben evidenziato il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi: «L’altra sera in un Consiglio dei ministri Europeo ho visto il ministro ucraino Shkarlet, il quale ci ha chiesto di aiutare i più grandi a rimanere in contatto sulla loro piattaforma Dad.  E noi li aiuteremo».

È evidente che in quel “noi li aiuteremo” c’è la consapevolezza del Ministro, del Ministero, delle Istituzioni pubbliche e private che la scuola italiana deve necessariamente essere capace di integrare, non solo di accogliere, scongiurando il rischio di avere in una scuola italiana, alunni parcheggiati che seguono la DAD con i loro pur volenterosi insegnanti in Ucraina. 

Difatti la disponibilità del Ministro Bianchi (e con lui del Ministero della PI che rappresenta) a far sì che i ragazzi restino in contatto con il Paese di origine su piattaforme va nella corretta direzione di politiche scolastiche efficaci ad una scuola italiana più inclusiva. In merito sono importanti la nota Ministeriale, prot. 381, concernente indicazioni per l’accoglienza scolastica degli studenti ucraini esuli della guerra, assieme alla nota del capo dipartimento Stefano Versari e il comunicato congiunto dei Superiori Maggiori Usmi e Cism. Si segnalano i numerosi interventi in merito di tutto il mondo associativo delle scuole.

In estrema sintesi, a conclusione di questa chiacchierata, mi auguro che sia chiaro a tutti che la realtà è quella descritta dal Ministro Bianchi: «Nelle scuole italiane ora ci sono 2.570 ragazzi e ragazze ucraine, crescono con circa 180-200 bambini al giorno, quindi in modo notevole. I due terzi da noi frequentano la scuola dell’infanzia o quella primaria, ma arriveranno anche i ragazzi più grandi» Questa realtà rappresenta la sfida storica che oggi siamo chiamati ad affrontare.

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