Le traversie di una Russia ‘euro-asiatica’

Guido Lenzi di 8 Gennaio 2022

I fatti si moltiplicano nell’esortare la Russia ad uscire dall’auto-isolamento nel quale si è  trincerata, nella strenua difesa di quel che considera la sua zona di influenza esclusiva. A chiarire, in particolare, in che cosa consista la dichiarata sua natura di nazione non europea, bensì ‘euro-asiatica’ (dixit Alexander Dugin, ideologo di Putin).

Le sommosse in Kazakhstan vanno ora ad aggiungersi alle tensioni in Bielorussia e Ucraina, e al conflitto armeno-azero, dimostrando, in rapida successione, la situazione di precarietà dell’intera fascia di Stati-cuscinetto di cui Putin vorrebbe disporre. A protezione non soltanto, ad est, dalla lamentata espansione della NATO e dell’Unione europea, oltre che ormai, a sud, dalla penetrazione della Cina nei Paesi nel suo ‘ventre molle’ in Asia centrale.

Un immenso territorio strategico, quello del Kazakhstan, che si estende per oltre settemila chilometri lungo la frontiera meridionale della Russia, dal Mar Caspio fino alla Cina; rigonfio di idrocarburi e di terre rare; sede della base spaziale russa di Baikonur; e residenza, ‘last but not least’, di una minoranza di oltre tre milioni di cittadini di etnia russa. Il cui soccorso potrà essere invocato, come Mosca ha ripetutamente detto, a sostegno di interventi nel proprio vicinato.

Si deve peraltro presumere che il risveglio dell’identità nazionale, alimentato dalle aspirazioni popolari e dalle ingenti risorse, farà da argine ad ogni tentativo di riassorbimento da parte di Mosca. Né, in presenza di chiare rivendicazioni in una società civile informata che pretende un più democratico contratto sociale, Mosca potrà appellarsi alla consueta esigenza di reprimere un terrorismo manovrato dall’estero. 

Al momento del dissolvimento dell’Unione Sovietica decretato nel 1991 da Eltsin, assieme ai presidenti delle repubbliche federali di Bielorussia e Ucraina, costringendo Gorbaciov alle dimissioni, furono impostate in successione le formule alternative di una Confederazione di Stati Indipendenti (CIS), poi di una più ridotta Organizzazione di Sicurezza Collettiva (CSTO, comprendente appunto il Kazakhstan assieme ad Armenia, Bielorussia, Kirghisia e Tadjkistan) e infine, con Putin, di una generica Unione euroasiatica, che hanno tutte stentato a consolidarsi. La prima prova della loro effettiva consistenza è ora fornita dalla crisi in Kazakhstan.

Putin è stato colto di sorpresa, tanto più che aveva appena ospitato a San Pietroburgo una riunione degli Stati formalmente suoi alleati, costretti ora ad affiancarlo con l’invio di loro simbolici contingenti. Alle truppe al confine con l’Ucraina, e alle ‘forze di mantenimento della pace’ in Armenia, si aggiunge ora l’invio di carri armati in Kazakhstan nel resuscitare un’immagine riveduta e corretta della ‘dottrina Brezhnev’, che Gorbaciov aveva formalmente rinnegato. 

Né si dimentichi che l’espansione della Russia zarista, nel Settecento verso il Mar nero e gli Stretti, e nell’Ottocento in Siberia con il ‘trattato ineguale’ di Aigun del 1858 (la cui memoria è conservata nei testi di storia e nei musei cinesi), hanno lasciato strascichi con i quali, dissoltosi il suo impero, Mosca deve oggi fare i conti. Per allargare le maglie del suo rapporto con Pechino, le converrebbe d’altronde superare il trauma della sconfitta del 1905 e normalizzare i suoi rapporti con il Giappone. 

Per Putin, sbandierare la presunta natura euro-asiatica della nazione non può risolvere l’ambiguità derivante dal duplice dilemma dei suoi rapporti con l’Europa tremebonda quanto con una Cina sempre più assertiva. In sostanza, se non in un vero e proprio ‘redde rationem’ di ordine politico, il problema esistenziale per la Russia consiste nel continuare a non voler fare i conti non soltanto con le conseguenze della caduta del Muro, ma nemmeno con il disfarsi del proprio impero.

La Russia di Putin rilutta a rendersi conto del fatto che il secolo scorso si è concluso con la disintegrazione dell’ultimo impero, dopo quelli austro-ungarico, ottomano, britannico, francese. Restio com’è a considerarne una diversa versione, non più rigorosamente centralizzata, cosa che un vero impero non è d’altronde mai stato, bensì semmai ricomposto in senso più funzionalmente federale.

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