La democrazia in tutti gli stati!

di 7 Gennaio 2022

Dopo aver a lungo deplorato i tentativi americani di ‘esportare della democrazia’, stiamo constatando come la medesima, in un mondo inesorabilmente globalizzato, si sta esportando da sé. Agitandosi disordinatamente non soltanto in un irrequieto ‘terzo mondo’, dal Myanmar al Sudan e ora al Kazakhstan, ma nello stesso ‘mondo libero’, affetto da eccessi dei quali vediamo gli effetti perversi persino in America. 

Ne consegue una crisi non, come si dice, del sistema internazionale quanto piuttosto nel sistema internazionale: fra certi Stati che ritengono di poterne approfittare e quelli che devono invece liberarsi dalla bulimia democratica indotta dall’euforia del post-Guerra fredda. 

Vi è chi sostiene che, con l’assalto al Congresso di un anno fa, l’America ha perso il suo smalto, la sua funzione di nazione-faro. Si dovrebbe piuttosto considerare che nell’attuale mondo in transizione sono le ‘società aperte’, mettendosi sistematicamente in discussione, in perenne tensione ideale, ad essere al contempo più vulnerabili e meglio in grado di dotarsi degli anticorpi necessari per far fronte alle sfide diventate globali.

Che l’influenza politica dell’America si sia ridotta non fa che evidenziare le accresciute responsabilità che incombono ai suoi alleati quanto ai suoi stessi antagonisti, sul piano interno oltre che internazionale. Il trattamento delle minoranze interne rappresenta infatti il più netto rivelatore della loro effettiva funzionalità democratica. Le autocrazie non possono in effetti continuare ad argomentare che le ribellioni popolari altro non sono che manifestazioni di terrorismo fomentate se non orchestrate dall’estero, da reprimere pertanto legittimamente con la forza di cui lo Stato detiene il monopolio.

La democrazia non può consistere, diceva Tocqueville, nella dittatura della maggioranza, bensì nel coinvolgimento delle minoranze. Un criterio che la Storia stessa ha confermato, nel costituire le diverse configurazioni di Stati multietnici, che le repressioni del dissenso e le pulizie etniche di varia natura hanno negli ultimi tempi sfigurato: nel Mediterraneo, dai Balcani a Cipro, ai Paesi arabi, oltre che nelle autocrazie orientali, in Russia e Cina, fino in India, la ‘più grande democrazia del mondo’.

Ad oltre due secoli dalla Rivoluzione francese, scopriamo che il Terzo Stato è più che mai vivo e vegeto. Si è persino esteso globalmente proprio in virtù del propagarsi dell’istinto democratico, con l’accrescimento delle generali aspettative di benessere e giustizia sociale. E’ in società civili opportunamente motivate, dal basso piuttosto che dall’alto, che tali esigenze potranno essere soddisfatte, temperate e disciplinate, nel convergente contributo alla ricomposizione del sistema internazionale.

Per la Russia, che rivendica una qualche ricostituzione del suo spazio imperiale, l’esser costretta ad intervenire militarmente dall’Ucraina all’Armenia e ora in Kazakhstan, sta diventando un esercizio complicato, che non può continuare ad imputare alle interferenze straniere. La ripresa dei colloqui con gli Stati Uniti , e auspicabilmente con l’Unione europea, dovrebbe servirgli a chiarirsi le idee.

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